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martedì 26 luglio 2011

The Walking Dead - Stagione 1 Ep. 5

Tra quelli andati in onda fino a oggi, questo penultimo episodio della prima stagione di The Walking Dead è sicuramente il più emozionante e commovente.

Lasciati i nostri eroi alle prese con gli zombi piombati nell’accampamento, li ritroviamo storditi e increduli di fronte a ciò che è avvenuto: il loro rifugio è stato profanato e tante vite sono state sacrificate. Il dolore, la tristezza e la paura dominano tutti, anche coloro che dovrebbero fare da guida al gruppo. C’è un sentimento di disorientamento mai visto prima, ma soprattutto c’è un doloroso lutto da metabolizzare, simboleggiato dall’infinita sofferenza che prova Andrea di fronte al corpo senza vita di Amy, la sorella minore verso la quale nutre un profondo senso di colpa.

Darabont e compagni sono ben consci del tempo che ci vuole per superare una perdita così grave e agiscono di conseguenza, fermandosi. La storia si prende una pausa, concentrandosi sul dolore che schiaccia Andrea, da un lato disperata e incapace di accettare di aver perso la sorella in un giorno che per lei sarebbe dovuto essere di festa (il compleanno) e dall’altro conscia di dover affrontare un destino segnato (ucciderla una volta diventata zombie).

Vedendola immobile, in silenzio, quasi sotto ipnosi, accanto al corpo senza vita di Amy, si prova una compassione senza fine. Nella loro antitetica posizione, le due donne sintetizzano l’intera tragedia che ha distrutto il mondo di The Walking Dead: Andrea è la sopravvissuta, il simbolo della resistenza e della lotta, della vita che supera anche l’Apocalisse, mentre Amy è la rappresentazione del sacrificio grazie al quale si va avanti, l’agnello ucciso sull’altare per placare l’ira degli Dei. Il suo ruolo è stato questo fin dall’inizio, nonostante gli sforzi di Andrea che tenta disperatamente di proteggerla, perché in fondo consapevole di ciò che le attende.

Questo quinto episodio è una tragedia nel senso greco del termine, in cui la caduta dell’eroe diventa necessaria per apprezzarne la grandezza. Come scrive Jean-Pierre Vernant in Mito e tragedia nell’antica Grecia. La tragedia come fenomeno sociale, estetico e psicologico, Einaudi, 1976: “La tragedia monta un’ esperienza umana a partire da personaggi noti, ma li installa e li fa sviluppare in modo tale che [...] la catastrofe che si produce, quella subita da un uomo non spregevole né cattivo, apparirà come del tutto probabile o necessaria. In altri termini, lo spettatore che vede tutto ciò prova pietà e terrore, ed ha la sensazione che quanto è accaduto a quell’individuo avrebbe potuto accadere a lui stesso”. Questo è quanto accade ad Amy che prima è vittima (predestinata) della violenza degli zombie, ma poi, quando si sveglierà nella sua nuova condizione, dimostrerà la sua eroicità: i suoi occhi si aprono, gialli e senza vita, dalla gola provengono dei latrati, ma nonostante tutto la prima cosa che fa è allungare la mano verso la sorella, accarezzarle i capelli, guardarla come a voler chiedere aiuto e perdono nello stesso momento. E quando, inevitabilmente, la parte infettata del suo animo prenderà il sopravvento, Andrea le sparerà un colpo in testa, sancendone il sacrificio ultimo.

Questo quinto episodio sembra essere stato scritto per stare su un piano diverso dagli altri, quasi metafisico, in cui alcuni dei personaggi (Amy in primis, ma anche Jim) dismettono i loro abiti di semplici sopravvissuti per indossare quelli di eroi. Jim, morso da uno degli zombie, chiede di essere abbandonato, rendendosi conto, nonostante la sua condizione, di rappresentare non solo un peso per i suoi compagni ma anche un pericolo. L’unico medico sopravvissuto del centro infettivo di Atlanta alla fine apre le porte ai nuovi arrivati, nonostante fino a pochi attimi prima fosse stato sul punto di cedere e di arrendersi all’inevitabile destino che lo attende.
Dopo che nei precedenti episodi erano stati sottolineati solo i difetti degli uomini, dipingendoli sempre come egoisti, meschini e traditori, questa volta si cambia completamente rotta, spiazzando lo spettatore che si trova davanti personaggi diversi. Darabont e compagni giocano ancora una volta come il gatto col topo: se nella terza puntata ci avevano rassicurato con scene “casalinghe” e familiari per poi sconvolgerci alla fine, stavolta capovolgono la visione che fino a oggi ci avevano dato dell’uomo, adesso capace anche di atti eroici e di sentimenti di solidarietà.

A meno di clamorosi scivoloni nell’ultima puntata, The Walking Dead si avvia a diventare una delle migliori serie tv del nuovo secolo.

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