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martedì 26 luglio 2011

Alfred Hitchcock: L'uomo dalle mille paure

Alfred Hitchcock era un personaggio sarcastico, brillante e se diamo al termine una particolare eccezione, decisamente colto, ma anche un personaggio, per molti versi misterioso, che soltanto attraverso i suoi film riuscì a esorcizzare quelle paure che per tutta la vita furono forse gli unici aspetti mai svelati dal regista.

Cresciuto sotto l’ala di registi classici del cinema inglese, egli ha sempre sostenuto che il cinema dovesse affidarsi più alle immagini che ai dialoghi, e il modo più famoso per dimostrarlo sono gli innumerevoli “cameo” nei suoi film. La sua carriera cominciò molto in sordina, passando attraverso tutti quei ruoli della gavetta che gli furono utili per conoscere a fondo il mondo del cinema.

Fu negli anni venti-trenta, quando il cinema stava subendo un rapido quanto sconvolgente cambiamento, che Hitchcock venne alla ribalta: attraverso film come Il giardino del piacere (1925), L’aquila della montagna (1926), Il pensionante (1926). Tutti film che rispecchiano già quella personalità che poi avrà definitiva espressione nei film a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, ma che nello stesso tempo sono dei veri e propri esempi di cinema “puro”.

Nella vita di Hitchcock c’erano molte cose a proposito delle quali egli voleva essere evasivo: fantasie colpevoli, comportamenti sociali di aggressività passiva, desideri proibiti non sempre frenati, un’attitudine personale e registica manipolatoria, se non addirittura tirannica. Tutte caratteristiche che in maniera più o meno chiara alla fine diventarono elementi essenziali dei suoi film; e soprattutto nel momento in cui il regista inglese decise di trasferirsi negli Stati Uniti, dove poi avvenne la sua definitiva consacrazione. A differenza, per esempio, di Welles, Hitchcock riuscì perfettamente a inserirsi nel “sistema” hollywoodiano, utilizzandone ampiamente tutte le possibilità, introducendo negli schemi produttivi e nei canoni spettacolari, sostanzialmente uniformi e ripetitivi, quella sua personale visione del mondo, venata di cattolicesimo e di una forte dose di scetticismo, che si esprime in una poetica che ruota attorno al concetto di suspense, vale a dire l’attesa che accada qualcosa che ognuno, dentro di sé, non vorrebbe che accadesse, grazie al quale il pubblico viene coinvolto in un gioco sadico che gli provoca, inesorabilmente, un’angoscia irrefrenabile.

Già nei film che egli realizzò in Inghilterra agli inizi della sua carriera, il motivo della suspense è alla base di racconti che, attingendo alla tradizione di certa narrativa gialla prettamente britannica, vi introducono da un lato un sottile umorismo e dall’altra una ricerca formale estremamente elaborata. Con il periodo americano, invece, nasce un Hitchcock un po’ più commerciale e attento ai gusti del pubblico, sfornando così oltre cinquanta film in poco più di quaranta anni. Possiamo citare Rebecca, la prima moglie (1940), Notorious, l’amante perduta (1946), L’ombra del dubbio (1943), dove quell’angoscia derivante dall’ambiguità dei personaggi e delle situazioni e dall’attesa di qualcosa di irreparabile, si manifesta in termini fortemente drammatici.

Accanto a questi primi film in cui si comincia a manifestare il gusto del misterioso, dell’enigmatico e attraverso i quali si denota una rappresentazione prospettica della realtà, con elementi continuamente mutevoli che permettono di osservarla da molti angoli visuali, nascono quelli che possono essere considerati certamente i film più completi della prima parte della sua carriera registica: Il delitto perfetto (1954), La finestra sul cortile (1954), L’uomo che sapeva troppo (1956), Caccia al ladro (1955), La donna che visse due volte (1958). Tutti film basati sul tema ricorrente del dubbio, dell’ambiguità, del contrasto tra apparenza e realtà.

La fine degli anni ’50 segna un profondo cambiamento nella poetica di Hitchcock, che adesso si orienta verso una più complessa e prospettica rappresentazione dell’angoscia contemporanea, in cui il dubbio e la paura affondano nel tessuto vitale di un’esperienza di vita che è quella dei nostri giorni. In uno stile più disteso, classico, maturo, l’abnorme, il misterioso, l’inconsueto nascono da una realtà perfino a tratti banale, si introducono nelle pieghe di un racconto che procede senza scosse, quasi fosse un resoconto di fatti di cronaca. Il brivido, adesso, è un elemento indispensabile per la resa spettacolare di una situazione drammatica che fornisce tutta una serie di indicazione per osservare la “quotidianità” con occhi irrequieti, indagatori. La realtà fenomenica, così, balza in primo piano, al di là delle costrizioni cinematografiche consuete, e questo maggior realismo della rappresentazione conferisce al film una dimensione maggiormente angosciante. Simbolo di questo nuovo modo di intendere il cinema è forse il film più conosciuto del regista inglese, Psyco (1960), più un horror che un thriller, dove il tema dell’angoscia si fa più esplicito e profondamente radicato nella vicenda e nei personaggi. La storia di questo pazzo, Norman Bates, che uccide i clienti del suo motel in nome di un complesso per molti versi freudiano, è la rappresentazione della paura dell’uomo di fronte al potere che assume gli aspetti della rispettabilità, del decoro, della normalità.

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