martedì 26 luglio 2011

Dennis Hopper: La libertà di fare cinema

Il 29 maggio 2010 si spegneva Dennis Hopper, uno dei personaggi più irrequieti, contraddittori e affascinanti della storia del cinema americano. Attore, regista, fotografo e artista, Hopper attraversò oltre mezzo secolo di Hollywood senza mai riuscire (e forse senza mai volerlo davvero) a diventare un uomo perfettamente integrato nel sistema. Ribelle sullo schermo e nella vita, fu uno dei volti simbolo della trasformazione che alla fine degli anni '60 avrebbe aperto la strada alla New Hollywood.
Nato a Dodge City, in Kansas, il 17 maggio 1936, arrivò al cinema giovanissimo. Nel 1955 apparve accanto a James Dean in Gioventù bruciata, mentre l'anno successivo tornò a recitare con lui ne Il gigante, ultimo film interpretato da Dean. Hopper aveva talento, ma anche un carattere difficile e una scarsa propensione ad accettare l'autorità dei registi, così gli scontri avuti con Henry Hathaway durante L'uomo che non voleva uccidere gli costarono caro e contribuirono a rallentare la sua carriera cinematografica.
Negli anni in cui Hollywood sembrava tenerlo ai margini, Hopper continuò a recitare soprattutto in televisione e coltivò con sempre maggiore interesse la fotografia. La macchina fotografica divenne per lui un altro modo di osservare quell'America che stava cambiando rapidamente, tra cultura giovanile, contestazione, musica e nuove forme artistiche.




Easy Rider e la rivoluzione della New Hollywood

La svolta arrivò nel 1969 con Easy Rider. Hopper non si limitò a interpretarlo: lo diresse e ne scrisse la sceneggiatura insieme a Peter Fonda e Terry Southern. Con un budget ridotto e una libertà creativa impensabile per le grandi produzioni dell'epoca, il film seguiva due motociclisti attraverso gli Stati Uniti, trasformando il viaggio in un ritratto della controcultura americana, delle sue speranze e delle sue contraddizioni. Nel cast compariva anche Jack Nicholson, che grazie al film conquistò una delle prime grandi occasioni della sua carriera.
Easy Rider diventò molto più di un successo commerciale, perché dimostrò agli studios che era possibile attirare un pubblico enorme con produzioni relativamente economiche, protagonisti lontani dagli eroi tradizionali e storie capaci di intercettare i cambiamenti della società. Il film valse a Hopper il premio per la migliore opera prima al Festival di Cannes e una candidatura all'Oscar per la sceneggiatura originale. Oggi, il British Film Institute lo considera uno dei titoli che contribuirono in modo decisivo alla nascita del nuovo cinema indipendente americano degli anni '70.
Il successo gli diede una libertà quasi assoluta per il progetto successivo, Fuga da Hollywood (The Last Movie, 1971). Girato in Perù e costruito come una riflessione sul cinema stesso, il film si rivelò però molto più difficile e sperimentale di quanto il pubblico si aspettasse. Fu un insuccesso e la carriera di Hopper come regista subì un brusco arresto. Nello stesso periodo uscì American Dreamer, documentario diretto da L.M. Kit Carson e Lawrence Schiller che seguiva Hopper durante la tormentata lavorazione di The Last Movie, contribuendo a consolidarne l'immagine di artista fuori controllo.


Gli anni degli eccessi

Il fallimento professionale coincise con il periodo più autodistruttivo della sua vita. Alcol e droghe alimentarono la fama di Hopper come autentico “maledetto” di Hollywood e compromisero per anni la sua affidabilità agli occhi dell'industria. Dietro gli eccessi, tuttavia, continuava a esserci un attore capace di interpretazioni difficili da dimenticare. 
Nel 1977 Wim Wenders gli affidò il ruolo di Tom Ripley ne L'amico americano, libera trasposizione de Il gioco di Ripley di Patricia Highsmith. Due anni dopo Francis Ford Coppola lo volle in Apocalypse Now, dove Hopper interpretò il fotoreporter soggiogato dal colonnello Kurtz di Marlon Brando. La lavorazione del film coincise con uno dei periodi più caotici della vita dell'attore, ma proprio quell'energia incontrollabile contribuì alla forza del personaggio.
Nel 1980 tornò anche dietro la macchina da presa con Out of the Blue dove, all'inizio, Hopper entrò soltanto come interprete, ma assunse la regia pochi giorni dopo l'inizio delle riprese. Ne uscì uno dei suoi lavori più cupi: il ritratto di una famiglia devastata da alcolismo, droga, violenza e abusi, dominato dalla straordinaria interpretazione della giovane Linda Manz. Ignorato a lungo, il film è stato rivalutato negli anni ed è oggi considerato uno dei risultati più importanti della sua carriera da regista.




Frank Booth: il mostro perfetto

La vera rinascita arrivò nel 1986. David Lynch stava preparando Velluto blu e Hopper volle con forza il ruolo di Frank Booth, il gangster psicopatico che terrorizza Dorothy Vallens, interpretata da Isabella Rossellini. Secondo uno degli aneddoti più celebri della sua carriera, dopo aver letto il copione Hopper disse a Lynch di essere l'uomo perfetto per interpretarlo perché conosceva Frank fin troppo bene.
Sul risultato c'erano pochi dubbi. Frank Booth diventò uno dei villain più disturbanti del cinema americano: violento, imprevedibile, sessualmente ossessivo e dipendente da una sostanza che inspira attraverso una maschera. Hopper trasformò il personaggio in una concentrazione di pulsioni incontrollabili, riuscendo però a evitare che diventasse una semplice caricatura. Il BFI lo considera ancora oggi una delle sue interpretazioni fondamentali.
Quell'anno segnò il suo ritorno e Hopper apparve anche in Non aprite quella porta – Parte 2 e soprattutto in Colpo vincente (Hoosiers), dove abbandonò i personaggi psicotici per interpretare un padre alcolizzato in cerca di riscatto. Il ruolo gli valse la candidatura all'Oscar come miglior attore non protagonista.
Il ritrovato equilibrio gli consentì di tornare anche alla regia con Colors – Colori di guerra (1988), interpretato da Robert Duvall e Sean Penn, in cui raccontò le tensioni tra polizia e gang nelle strade di Los Angeles. Due anni dopo diresse invece Ore contate (The Hot Spot), noir con Don Johnson, Virginia Madsen e Jennifer Connelly.


Da attore di culto a villain da blockbuster

Negli anni '90 Hopper sembrò trovare un equilibrio tra cinema d'autore e produzioni commerciali. Fu protagonista del durissimo Paris Trout, apparve in Red Rock West e nel 1993 accettò uno dei ruoli più curiosi della sua carriera, quello di Re Koopa in Super Mario Bros., primo adattamento cinematografico del celebre videogioco Nintendo.
Sempre nel 1993 Tony Scott lo diresse in Una vita al massimo, scritto da Quentin Tarantino. Hopper interpreta Clifford Worley, padre del protagonista, in una delle sequenze più ricordate del film: consapevole di essere destinato a morire, affronta il gangster interpretato da Christopher Walken trasformando un interrogatorio in una provocazione deliberata.
L'anno successivo tornò al grande successo commerciale con Speed. Nei panni dell'ex artificiere Howard Payne, Hopper diventò l'avversario di Keanu Reeves in uno dei film d'azione simbolo degli anni '90. Nel 1995 fu invece Deacon, capo degli Smokers e nemesi di Kevin Costner, nel kolossal post-apocalittico Waterworld. Negli anni successivi lavorò con registi come Abel Ferrara e Ron Howard e apparve nel 1996 in Basquiat, dedicato alla vita dell'artista Jean-Michel Basquiat.
La sua carriera ormai non seguiva più alcuna traiettoria prevedibile. Hopper poteva passare da un film indipendente a un blockbuster, dalla televisione a una produzione di genere, accettando talvolta ruoli discutibili e offrendo altre volte interpretazioni capaci di ricordare perché Hollywood non aveva mai potuto fare davvero a meno di lui.



L'ultimo viaggio

Negli anni 2000 continuò a lavorare tra cinema e televisione. Per gli appassionati di horror merita una menzione particolare La terra dei morti viventi (2005) di George A. Romero, nel quale Hopper interpreta Kaufman, il potente uomo d'affari che governa una comunità di sopravvissuti rifugiata in una città fortificata. Era un ruolo perfetto per un attore che per tutta la carriera aveva dato il meglio nei personaggi dominati dall'arroganza, dalla paura e dall'ossessione per il potere.
Tuttavia, la malattia segnò gli ultimi mesi della sua vita. Hopper soffriva di un tumore alla prostata e, nonostante le condizioni ormai molto gravi, il 26 marzo 2010 riuscì a partecipare alla cerimonia durante la quale gli venne assegnata la 2.403ª stella sulla Hollywood Walk of Fame. Accanto a lui c'erano amici e colleghi come Jack Nicholson, David Lynch, Viggo Mortensen e Laurence Fishburne.
Poco più di due mesi dopo, il 29 maggio 2010, Dennis Hopper morì nella sua casa di Venice, a Los Angeles. Aveva compiuto 74 anni dodici giorni prima.
Ridurre Dennis Hopper a Easy Rider sarebbe impossibile, così come sarebbe riduttivo ricordarlo soltanto come il folle Frank Booth di Velluto blu. La sua carriera è stata fatta di capolavori e fallimenti, dipendenze e rinascite, cinema indipendente e blockbuster, regia, fotografia e arte. Poche figure hanno incarnato con la stessa intensità le contraddizioni della Hollywood nata alla fine degli anni '60.
Hopper stesso, poco prima di morire, indicò Easy Rider come il risultato più importante della propria carriera e Velluto blu come la sua migliore interpretazione. È difficile trovare due titoli diversi per racchiuderlo: da una parte la libertà assoluta della strada, dall'altra l'oscurità nascosta dietro l'America perbene.
In mezzo, quarant'anni di cinema vissuti come Dennis Hopper aveva vissuto tutto il resto: senza mai scegliere la strada più tranquilla.

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