Alfred Hitchcock era sarcastico, brillante, provocatorio e dotato di una straordinaria consapevolezza del mezzo cinematografico. Dietro l'immagine pubblica del regista inglese, costruita anche attraverso l'ironia e un'inconfondibile presenza scenica, si nascondeva però una personalità molto più complessa. Paure, ossessioni, sensi di colpa e desideri repressi attraversarono la sua opera fino a diventarne alcuni degli elementi più riconoscibili.
Hitchcock sosteneva che il cinema dovesse raccontare soprattutto attraverso le immagini. Per lui un'inquadratura, un movimento della macchina da presa o il montaggio potevano comunicare ciò che altri registi avrebbero affidato a una pagina di dialogo. Persino le sue celebri apparizioni nei propri film, inizialmente nate anche per necessità , divennero col tempo un gioco con lo spettatore e uno dei suoi marchi di fabbrica.
Dalla gavetta al cinema muto
La sua carriera cominciò lontano dalla macchina da presa. Hitchcock lavorò come disegnatore di didascalie per il cinema muto e passò attraverso diversi ruoli produttivi, occupandosi anche di sceneggiatura, scenografia e assistenza alla regia. Una gavetta che gli consentì di conoscere il funzionamento di un film in ogni suo aspetto.
Negli anni '20 arrivarono le prime regie. Dopo Il giardino del piacere (1925) e L'aquila della montagna (1926), fu soprattutto Il pensionante (1927) a mostrare con chiarezza molti degli elementi che sarebbero tornati nel suo cinema: il sospetto, l'uomo forse accusato ingiustamente, l'ambiguità , la paura e una narrazione affidata in larga parte alle immagini.
Hitchcock si formò infatti nel cinema muto, e questa esperienza lasciò un'impronta permanente sul suo modo di dirigere. Anche quando il sonoro diventò la norma, continuò a pensare per immagini. Il dialogo poteva essere importante, ma non doveva sostituire ciò che lo spettatore poteva comprendere guardando.
Le ossessioni di Hitchcock
Dietro i thriller, gli intrighi e gli omicidi si nasconde un universo sorprendentemente coerente. Nei film di Hitchcock ritornano il senso di colpa, la paura dell'autorità , l'innocente perseguitato, il voyeurismo, l'identità , il desiderio sessuale, la manipolazione e soprattutto il contrasto tra ciò che una persona sembra essere e ciò che è.
Anche la formazione cattolica del regista ha spesso fornito una chiave di lettura della sua opera, soprattutto per la centralità della colpa e della punizione. Hitchcock trasformava però queste ossessioni in spettacolo, senza rinunciare a un umorismo nero che impediva ai suoi film di diventare semplici esercizi sull'angoscia.
La sua vita privata e soprattutto il rapporto con alcune delle sue attrici sono stati oggetto di numerose ricostruzioni e controversie. Al di là delle interpretazioni psicologiche formulate nel corso degli anni, è indubbio che il controllo rappresentasse un elemento centrale anche nel suo metodo di lavoro. Hitchcock voleva conoscere in anticipo ciò che sarebbe apparso sullo schermo e progettava spesso le sequenze con una precisione quasi maniacale.
Dall'Inghilterra a Hollywood
Prima di trasferirsi negli Stati Uniti, Hitchcock aveva già raggiunto una posizione importante nel cinema britannico. Film come L'uomo che sapeva troppo (1934), Il club dei 39 (1935) e La signora scompare (1938) mostrarono la sua capacità di fondere thriller, commedia, avventura e suspense.
Il passaggio a Hollywood avvenne alla fine degli anni '30 e il primo film americano fu Rebecca – La prima moglie (1940), prodotto da David O. Selznick e interpretato da Laurence Olivier e Joan Fontaine, che vinse l'Oscar come miglior film. Hitchcock entrava così nel sistema hollywoodiano dalla porta principale.
A differenza di altri grandi autori entrati in conflitto con gli studios, riuscì a muoversi all'interno dell'industria sfruttandone mezzi, star e strutture produttive senza rinunciare alla propria identità . Il suo cinema poteva essere commerciale e rivolgersi a un pubblico vastissimo, ma bastavano poche sequenze per riconoscere la mano del regista.
L'arte della suspense
Il termine più legato al nome di Hitchcock è senza dubbio "suspense". Il regista amava distinguerla dalla sorpresa attraverso un esempio diventato celebre: se una bomba esplode improvvisamente sotto un tavolo, il pubblico prova sorpresa; se invece lo spettatore sa che sotto quel tavolo è nascosta una bomba e vede i personaggi continuare a parlare senza conoscerne l'esistenza, nasce la suspense.
Hitchcock mette quindi lo spettatore in una posizione privilegiata e allo stesso tempo terribile: gli concede informazioni che i personaggi non possiedono e poi lo costringe ad aspettare.
È un meccanismo quasi sadico. Sappiamo che qualcosa potrebbe accadere, vorremmo avvertire chi si trova sullo schermo, ma siamo condannati all'immobilità . Il regista controlla ciò che vediamo, ciò che sappiamo e soprattutto quando possiamo saperlo.
Gli anni dei capolavori
Tra gli anni '40 e '50 Hitchcock perfezionò questo meccanismo film dopo film: L'ombra del dubbio (1943), Notorious – L'amante perduta (1946) e altri film del periodo esplorano personaggi ambigui e situazioni nelle quali l'apparenza rassicurante nasconde qualcosa di molto più oscuro.
Negli anni '50 arrivò una concentrazione impressionante di opere destinate a entrare nella storia del cinema: Il delitto perfetto (1954), La finestra sul cortile (1954), Caccia al ladro (1955), L'uomo che sapeva troppo (1956), La donna che visse due volte (1958) e Intrigo internazionale (1959).
Sono film molto diversi tra loro, ma attraversati da temi comuni: il dubbio, l'identità , l'ossessione, lo sguardo e il continuo contrasto tra apparenza e realtà .
La finestra sul cortile porta questo meccanismo alle estreme conseguenze: James Stewart osserva i vicini dalla propria finestra e lo spettatore osserva insieme a lui. Siamo curiosi quanto il protagonista, condividiamo i suoi sospetti e finiamo per diventare complici del suo voyeurismo. Hitchcock non ci chiede soltanto di assistere alla storia: ci mette dentro il meccanismo che la genera.
Con La donna che visse due volte, invece, l'ossessione assume una dimensione ancora più profonda: amore, desiderio, morte e manipolazione si confondono fino a trasformare la ricerca della donna ideale in qualcosa di inquietante e distruttivo.
Quando l'orrore entra nella quotidianitÃ
Alla fine degli anni '50 il cinema di Hitchcock cambia ancora. L'angoscia non ha più bisogno di castelli, criminali internazionali o situazioni eccezionali, ma può nascondersi in un appartamento, lungo una strada, dentro una normale casa oppure nella stanza di un motel.
Il quotidiano diventa così uno spazio potenzialmente minaccioso.
È proprio questa normalità a rendere la paura più efficace. Hitchcock parte spesso da luoghi e situazioni riconoscibili e introduce progressivamente un elemento capace di incrinarli. Il mondo continua ad apparire normale, ma lo spettatore ha ormai imparato che dietro quella superficie potrebbe nascondersi qualunque cosa.
📚 Per approfondire il primo Hitchcock
Questa raccolta riunisce dieci film del periodo iniziale di Alfred Hitchcock, quando il regista inglese stava ancora definendo molti dei temi e dei meccanismi che avrebbero reso inconfondibile il suo cinema. Un cofanetto interessante per chi vuole andare oltre i titoli più celebri e riscoprire le origini del suo stile.
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Psyco e la distruzione delle regole
Nel 1960 arrivò Psyco, probabilmente il suo film più conosciuto e uno dei titoli che hanno influenzato l'horror moderno.
Hitchcock realizzò il film con un budget abbastanza contenuto, utilizzando anche parte della troupe della serie televisiva Alfred Hitchcock Presents e il bianco e nero, anziché rappresentare un limite, contribuì alla sua atmosfera spoglia e inquietante.
Tuttavia, la vera rivoluzione di Psyco fu narrativa: Hitchcock conduce lo spettatore a credere di stare seguendo la storia di Marion Crane, interpretata da Janet Leigh, per poi eliminare improvvisamente il personaggio che fino a quel momento sembrava essere la protagonista. La celeberrima sequenza della doccia non fu soltanto uno degli omicidi più famosi della storia del cinema, ma distrusse le aspettative del pubblico e lasciò lo spettatore senza più un punto di riferimento sicuro.
Al centro della seconda parte emerge Norman Bates, interpretato da Anthony Perkins. All'apparenza è un giovane timido e gentile che gestisce un motel quasi dimenticato dal mondo ed è proprio questa normalità a rendere sempre più inquietante ciò che scopriamo su di lui e sul rapporto con la madre.
Ancora una volta Hitchcock nasconde l'orrore dietro qualcosa di ordinario ed è forse questa una delle ragioni per cui il suo cinema continua a funzionare. Hitchcock non aveva bisogno di mostrarci mondi lontani dal nostro per generare paura. Gli bastava una finestra, una scala, una casa, una strada o una stanza di motel.
Poi ci chiedeva di guardare.
E, una volta guardato, diventava molto difficile sentirsi di nuovo al sicuro.



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