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martedì 26 luglio 2011

Il Diacono

Il Diacono
di Andrea G. Colombo
Gargoyle Books
pp. 488
€ 15,00

L’ultimo horror apocalittico che avevo letto prima de Il Diacono di Andrea G. Colombo (Gargoyle Books, 2010), era stato L’ombra dello Scorpione di Stephen King. Qui Bene e Male si fronteggiavano incarnandosi in due personaggi antitetici tra loro: lo spietato Randall Flagg e la fragile ultracentenaria Mother Abigail, impegnati a formare i due eserciti in attesa dello scontro finale. Fin dalle prima pagine, King permise al lettore di scegliere da che parte stare, scavando un profondo solco tra i due schieramenti, da una parte la feccia e dall’altra gli eroi. Una chiave di lettura che Colombo nel suo romanzo d'esordio stravolge: da esperto conoscitore del mondo horror, lo scrittore nato a Legnano nel 1968 sa bene quanto sia sottile la linea che separa il bene dal male e così decide di mescolarli, impedendo al lettore di capire cosa (o chi) sia giusto o sbagliato, togliendogli molti punti fermi. Al contrario di quanto avvenuto nel romanzo di King, ne Il Diacono nulla è scontato e tutto è possibile, fino all’ultima pagina.

L’Apocalisse che Colombo ci racconta è un caos totale, un susseguirsi di eventi tragici ispirati a quelli realmente avvenuti negli ultimi anni, perfettamente sintetizzato in un brano sul Papa in carica: […] Vede nubi pesanti addensarsi all’orizzonte e dovrebbe farsi sentire, cercare di dare una direzione a un mondo che sembra ormai vittima di se stesso. In verità, sa che anche quelle parole saranno come una manciata di foglie gettate nel vento. Faranno un po’ di strada, ma alla fine finiranno per essere spazzate via, lontano, senza posarsi laddove potrebbero essere davvero utili. […]

A questa inaspettata fine del mondo sembrano potersi opporre soltanto i Celati, uno sparuto e oscuro gruppo di monaci esorcisti, che vivono arroccati in un monastero. A guidarli, un gigante senza passato che i confratelli chiamano Diacono, un’autentica forza della natura, il più grande esorcista mai apparso in terra. Contro di loro, un potere oscuro in grado di penetrare ovunque, perfino nelle anime di coloro che per vocazione dovrebbero combatterlo.

Il Diacono è un romanzo memorabile, uno dei migliori, se non il migliore, che abbia letto negli ultimi anni; uno di quei libri che rimangono nella mente ben oltre la fine della lettura. Lo stile di Colombo è pressoché perfetto, la sua è una di quelle scritture che spesso vengono definite visionarie, che straborda da ogni pagina per farsi reale. I personaggi vivono, respirano e soffrono insieme a noi; ogni cosa che gli succede è come se accadesse anche a chi legge. Ci si affeziona a loro, si partecipa emotivamente alle loro vicissitudini e alla distruzione che li circonda, sprofondando sempre di più in un mondo alla deriva, il cui destino è nelle mani di questi moderni eroi che lottano, soffrono, cadono e si rialzano sorretti da una forza che di terreno sembra avere poco.

Leggere Il Diacono è quasi come vederlo su un maxischermo cinematografico, tanta è la capacità di Colombo di fare dei brevi capitoli del libro degli storyboard. L’adattamento per il cinema o la tv sarebbe quasi immediato, tanto poco sarebbe il lavoro da fare, ma purtroppo i produttori coraggiosi di una volta (alla Italo Zingarelli per capirci) non esistono più, pertanto sarà molto difficile vedergli resa la giusta attenzione. In un Paese dove i romanzi di Dan Brown o di Giorgio Faletti collezionano un successo dopo l’altro, arrivando pressoché nelle case di tutti gli italiani, questo straordinario romanzo meriterebbe ben altro palcoscenico… ma si sa, la giustizia non è di questo mondo, perché un uomo che scrive come Andrea meriterebbe un ruolo diverso, di primo piano, all’interno della narrativa nostrana.

In un libro così perfetto, l’unica nota stonata riguarda la scelta della grandezza del font da parte della casa editrice (troppo piccolo, i miei occhi hanno fatto una gran fatica), un problema peraltro già avuto con L’estate di Montebuio di Danilo Arona (sempre della Gargoyle) che ancora se ne sta sul mio comodino proprio per questo motivo. Poi la mancanza del numero tra le pagine 471 e 475 e l’unico refuso scovato durante la lettura (una maiuscola dopo una virgola).

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