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martedì 22 settembre 2015

IN LIBRERIA "CHI PERDE PAGA", NUOVA FATICA DI STEPHEN KING

Oggi esce in libreria Chi perde paga, la nuova fatica di Stephen King, la numero… boh, ormai ho perso il conto. Il romanzo è il secondo della trilogia thriller dedicata al detective Hodges, in cui l’uomo sarà impegnato contro un folle che ha ucciso il suo scrittore preferito. Innegabili i riferimenti a Misery, ma se il capolavoro di King è ancora oggi uno dei più amati dagli appassionati, Chi perde paga dovrà faticare a conquistare i lettori, non sempre favorevoli al King in versione thriller.
Ma più che parlare del romanzo, questo post vorrebbe ripercorrere il mio rapporto con il Re, iniziato poco meno di trenta anni fa, quando durante una vacanza a Roma a casa di mio padre, mi imbattei nell’edizione Euroclub di IT, un librone enorme, circa mille pagine, che agli occhi di un ragazzino di quattordici anni, sembrava una scalata impossibile. E invece lo lessi tutto, proprio durante quelle vacanze, e da allora non mi staccai più da King e dai suoi personaggi. La “banda dei perdenti” divenne presto un punto di riferimento per un ragazzetto che si affacciava al mondo: il loro coraggio, la loro incoscienza, la loro amicizia entrarono nel mio cuore, senza andarsene mai più.
Quell’estate del 1988, tornato a Palermo, la passai facendo, tutte le mattine, una capatina alla libreria vicino casa, nella speranza di trovare le edizioni economiche degli altri romanzi di King: avevo voglia di leggere ancora, volevo conoscere lui e il suo mondo narrativo, mi si era scatenata una fame di storie insaziabile. All’ingresso della libreria Flaccovio di via Ausonia c’era un espositore circolare e io mi mettevo lì, facendolo girare, col fiato sospeso. Così ho conosciuto Carrie, CujoMisery, Pet Sematary, Le creature del buio e tutti gli altri libri che in poco tempo mi fecero innamorare del Re, divenuto presto un idolo da seguire e imitare.
Ogni suo libro era una scoperta, perché King aveva (e ha ancora) una straordinaria abilità di giocare con le sue storie e coi generi, passava dall’horror alla fantascienza fino al fantasy con una bravura e intelligenza che mi lasciava a bocca aperta, ma soprattutto creava dei mondi che per un bambino erano un’avventura epocale. Divenne così lo Zio, colui che ti passava i fumetti di nascosto, che ti portava al cinema a vedere gli horror vietati ai bambini, una seconda figura paterna idealizzata, con cui parlare attraverso i suoi romanzi.
Nelle scorse settimane, il Re ha anche ricevuto la medaglia nazionale delle arti, un premio importante che ha, finalmente, riconosciuto il suo essere un autore, un personaggio importante all’interno della cultura, alla faccia di coloro che, ancora, insistono a volerlo ghettizzare nella narrativa di genere. Quella medaglia è anche un po’ nostra, idealmente ci sono incisi tutti i nostri nomi, perché è pure grazie a noi che è arrivata, a noi che andiamo oltre la follia fanzinara per farci parte del suo universo.
Da quel 1988 sono passati tanti anni, lui è invecchiato, proprio ieri ha compiuto 68 anni, io sono cresciuto, a breve ne farò 41, ma siamo tutti e due ancora lì dove ci siamo conosciuti: in libreria. Lui a scrivere e io a leggere: a ogni sua uscita, l’appuntamento è fisso, l’unica eccezione che faccio agli acquisti su Amazon. King è il solo scrittore che riesce ancora a portarmi in libreria, perché ormai i suoi romanzi non sono più semplici libri, sono uno strappo spazio-temporale, un passaggio segreto che, ogni volta, mi porta in un universo parallelo, un po’ come succedeva ai protagonisti del racconto I langolieri: noi siamo quelli che si risvegliano, che non spariscono, che lottiamo per la nostra vita con il solo obiettivo di rimanere vivi e leggere un altro libro di Stephen King.


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