venerdì 21 agosto 2026

Omen – Il presagio: le inquietanti coincidenze dietro il film

Un bambino dallo sguardo inquietante, una serie di morti inspiegabili e il sospetto che dietro tutto si nasconda l'Anticristo. Quando Omen – Il presagio arrivò nelle sale nel 1976, Richard Donner portò sullo schermo una storia che giocava con una delle paure più antiche: la presenza del male nascosta dietro un'apparenza innocente. Il piccolo Damien Thorn entrò presto nell'immaginario horror e il film, interpretato da Gregory Peck e Lee Remick, ottenne un successo tale da dare origine a sequel, remake e, molti anni dopo, persino un prequel.
Ma la fama di Omen non dipende soltanto da ciò che accade nel film. Durante la lavorazione e nei mesi successivi si verificarono infatti incidenti e coincidenze che finirono per costruire attorno alla pellicola una seconda storia, per certi versi persino più inquietante di quella raccontata sullo schermo: aerei colpiti da fulmini, attentati, un volo scampato per caso e un terribile incidente automobilistico sono soltanto alcuni degli episodi associati alla produzione. Presi singolarmente, potrebbero essere considerati normali, per quanto drammatici, scherzi del destino, ma messi uno accanto all'altro, e soprattutto collegati a un film che raccontava l'arrivo dell'Anticristo, erano materiale perfetto per far nascere una leggenda.
C'è però un particolare che rende la storia ancora più interessante: parte di questa fama sinistra venne alimentata anche dalla produzione e dalla promozione del film. Nel corso degli anni, fatti documentati, testimonianze e dettagli difficili da verificare si sono mescolati tra loro, rendendo complicato stabilire dove finiscano le coincidenze e dove cominci la mitologia costruita attorno a Omen.
Vale quindi la pena ripercorrere quegli episodi uno alla volta, non per stabilire se sul set agisse davvero qualche forza oscura, quanto per capire come un film sull'Anticristo sia riuscito a costruirsi una delle più celebri leggende nere della storia del cinema.


Quei fulmini arrivati troppo vicino
Tra gli episodi che contribuirono per primi alla fama sinistra di Omen ce n'è uno che, raccontato fuori contesto, sembra quasi costruito apposta per una campagna pubblicitaria horror. Durante la produzione, Gregory Peck e lo sceneggiatore David Seltzer viaggiarono verso l'Inghilterra su due voli distinti ed entrambi gli aerei furono colpiti da un fulmine. Inoltre, in quelle stesse ore, un fulmine sfiorò anche il regista Richard Donner.
Nessuno di questi episodi provocò conseguenze gravi e un fulmine che colpisce un aereo di linea non costituisce, di per sé, un evento straordinario. Tuttavia, il contesto fece la sua parte, perché in fondo si stava girando un film sull'Anticristo, costruito attorno a presagi, segni e morti anomale e sapere che più persone legate alla produzione erano state coinvolte in episodi simili rese facile attribuire a quelle coincidenze un significato molto più oscuro.
La storia più inquietante legata ai viaggi di Peck, però, arrivò poco dopo: l'attore aveva previsto di utilizzare un aereo privato per raggiungere Israele durante la lavorazione, ma cambiò programma all'ultimo, scampando al disastro che coinvolse il volo, schiantatosi senza lasciare superstiti.
È proprio qui che comincia a prendere forma il meccanismo che accompagnerà tutta la leggenda di Omen. Nessuno di questi fatti dimostra l'esistenza di qualcosa di soprannaturale, ma il loro accumularsi attorno a una produzione che parlava di presagi e del Male trasformò semplici incidenti in qualcosa che, almeno agli occhi di chi li raccontava, sembrava avere un significato.



Bombe, incidenti e una lavorazione sempre più inquieta
Durante la lavorazione di Omen, anche gli attentati dell'IRA che in quegli anni colpivano Londra finirono per intrecciarsi con la storia del film. Secondo diverse ricostruzioni, Gregory Peck, il produttore Mace Neufeld e altri membri della produzione avevano programmato una cena in un ristorante che venne colpito da un'esplosione prima del loro arrivo. Anche un hotel legato alla troupe fu colpito da un attentato: alcune fonti lo indicano come l'albergo in cui soggiornava Richard Donner, altre lo associano a Neufeld.
Naturalmente, nella Londra della metà degli anni '70 gli attentati dell'IRA rappresentavano una minaccia reale e non avevano alcun rapporto con il film, ma, aggiunti ai fulmini e agli altri incidenti già avvenuti, anche questi episodi finirono nella lunga lista degli eventi attribuiti alla presunta “maledizione” di Omen.
Anche l'inizio delle riprese non fu tranquillo, tanto che il primo giorno di lavorazione alcuni membri della troupe rimasero coinvolti in uno scontro frontale in automobile, dal quale per fortuna uscirono vivi. A quel punto fulmini, aerei, bombe e incidenti cominciavano già a formare una sequenza abbastanza insolita da diventare materiale perfetto per le storie che avrebbero accompagnato il film negli anni successivi.
Il set stesso riservò momenti difficili: per la celebre sequenza del safari park, nella quale il personaggio di Lee Remick viene assalito da un gruppo di babbuini, la produzione utilizzò animali veri che, al fine di rendere la scena quanto più realistica possibile, furono sistemati all'interno dell'automobile. Purtroppo per l'attrice, però, il branco reagì con una violenza imprevista, tale da rendere la sua paura autentica.
La vicenda più cupa legata agli animali avvenne però fuori dal set: Harvey Bernhard, produttore del film, raccontò anni dopo che un addetto del centro zoologico utilizzato per la sequenza dei babbuini venne ucciso da un felino poco dopo il passaggio della troupe e anche questo episodio sarebbe entrato nell'elenco delle presunte prove della “maledizione”.
È bene ricordare che molte di queste storie sono state ripetute e modificate per decenni, e la stessa promozione di Omen contribuì a enfatizzare l'idea di una produzione circondata da eventi sinistri. Ma anche eliminando le versioni più fantasiose, rimane una serie di incidenti abbastanza impressionante.
Il caso più celebre, però, doveva ancora accadere. E questa volta la coincidenza avrebbe ricordato in modo macabro una delle morti mostrate nel film stesso.


John Richardson e la coincidenza più agghiacciante
Tra tutte le storie associate a Omen, quella che coinvolse John Richardson è senza dubbio la più difficile da liquidare con una semplice alzata di spalle. Richardson aveva lavorato agli effetti speciali del film e aveva contribuito alla realizzazione di una delle sue morti più celebri: quella del fotografo Keith Jennings, decapitato da una lastra di vetro.
Poche settimane dopo l'uscita del film, Richardson si trovava nei Paesi Bassi per lavorare a Quell'ultimo ponte e nella notte del 13 agosto 1976, mentre viaggiava in automobile insieme alla compagna Liz Moore, rimase coinvolto in un violento incidente. Richardson sopravvisse, mentre la Moore morì decapitata. La similitudine con la sequenza che lui stesso aveva contribuito a creare per Omen fu inevitabile e rese l'episodio il più macabro tra quelli collegati alla presunta maledizione.
Tuttavia, la storia non finisce qui, perché quel 13 agosto era un venerdì 13 e ciò che Richardson avrebbe visto dopo l'incidente trasformò la tragedia in una leggenda. Secondo alcuni racconti, nelle vicinanze del luogo dello schianto si trovava un'indicazione per la cittadina olandese di Ommen, nome quasi identico al titolo originale The Omen, associata al numero 66,6, inevitabile richiamo al 666 dell'Apocalisse.
È proprio su questo particolare che occorre essere prudenti, perché alcune versioni parlano di un cartello con scritto “Ommen 66,6 km”, altre distinguono invece tra un'indicazione per Ommen e un vicino indicatore chilometrico con il numero 66,6. Inoltre, esistono anche ricostruzioni che considerano l'intero dettaglio un'aggiunta successiva alla storia. Dunque, mentre l'incidente e la morte di Liz Moore sono fatti reali, la presenza del famoso cartello, almeno nella forma in cui viene raccontato di solito, è ancora oggi molto più difficile da dimostrare.
Ciononostante, non serve neppure quel particolare per rendere impressionante la vicenda, visto che un uomo che aveva appena lavorato alla scena di una decapitazione cinematografica rimase coinvolto, di venerdì 13, in un incidente nel quale la donna che viaggiava con lui morì in modo terribilmente simile.
Se qualcuno avesse inventato questa storia per promuovere un film sull'Anticristo, probabilmente sarebbe sembrata persino troppo costruita. Il fatto che il nucleo della vicenda sia realmente accaduto è ciò che, ancora oggi, rende il caso Richardson il capitolo più inquietante della leggenda di Omen.


Una maledizione o una straordinaria campagna pubblicitaria?
Fulmini, incidenti stradali, attentati, un disastro aereo e infine la morte di Liz Moore: messi uno dopo l'altro, gli episodi legati a Omen sembrano quasi seguire il copione di un altro film horror. Dunque non sorprende che, con il passare degli anni, attorno alla pellicola sia nata la fama di una produzione maledetta.
Anche se la realtà è meno soprannaturale di quanto si pensi, non è per questo meno interessante. Alcuni degli avvenimenti più celebri sono documentati, mentre altri ci sono arrivati attraverso testimonianze, racconti ripetuti nel tempo e particolari aggiunti o modificati nelle varie versioni. Inoltre, negli anni '70 la stessa 20th Century Fox comprese quanto quell'atmosfera potesse essere utile per vendere un film incentrato sull'Anticristo, tanto che la campagna promozionale giocò senza esitazioni con il numero 666 e con la sensazione che Omen fosse qualcosa di più di un semplice horror. 
Inoltre, non bisogna dimenticare un elemento molto più semplice: una grande produzione cinematografica coinvolge centinaia di persone, viaggi, animali, automobili, aerei e mesi di lavoro. Se si osserva un periodo abbastanza lungo e si includono tutti coloro che hanno avuto qualche rapporto con il film, la probabilità che accadano incidenti o eventi drammatici aumenta. Una volta nata la leggenda, poi, ogni nuovo episodio tende a essere interpretato come un altro tassello dello stesso mistero.
Eppure Omen conserva qualcosa che rende la sua storia diversa da molte altre presunte maledizioni cinematografiche. Non serve credere al soprannaturale per restare impressionati dalla quantità e, in alcuni casi, dalla natura delle coincidenze e soprattutto quella che coinvolse John Richardson sembra scritta apposta per confondere realtà e finzione.
Forse è proprio per questo che, a cinquant'anni dall'uscita del film, continuiamo ancora a parlarne. La vera forza della “maledizione di Omen” non sta nel dimostrare che qualcosa di oscuro abbia perseguitato la produzione, ma nel lasciare aperto quel piccolo spazio in cui una coincidenza smette di sembrarci soltanto una coincidenza.

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