Colori accesi, canzoni famose, coreografie e un gruppo di ragazzi alla ricerca del proprio posto nel mondo. Quando Glee arrivò sulla televisione americana nel 2009, nulla lasciava immaginare che negli anni successivi il suo nome sarebbe stato associato anche a una lunga serie di tragedie. La formula ideata da Ryan Murphy, Brad Falchuk e Ian Brennan conquistò in breve tempo il pubblico, trasformando una storia ambientata nel coro di un liceo dell'Ohio in un fenomeno televisivo internazionale.
Il successo fu enorme. Il primo episodio venne seguito negli Stati Uniti da circa 9,6 milioni di spettatori e, durante la prima stagione, la serie arrivò a superare i 13 milioni. Glee sarebbe rimasta in onda per sei stagioni, dal 2009 al 2015, conquistando anche numerosi riconoscimenti, tra cui sei Primetime Emmy.
Tuttavia, dietro quell'immagine allegra, la storia del cast avrebbe preso una direzione ben più cupa e nel giro di pochi anni tre attori legati ad alcuni dei personaggi più conosciuti della serie morirono in circostanze diverse: Cory Monteith, Mark Salling e Naya Rivera. A queste morti si aggiunsero vicende giudiziarie, dipendenze e altre storie personali che contribuirono alla nascita di una domanda destinata a circolare a lungo tra fan e media: possibile che una serie associata alla musica e alla leggerezza fosse stata colpita da una concentrazione tanto impressionante di eventi drammatici? Da qui è nata la cosiddetta “maledizione di Glee”.
Naturalmente, non esiste alcuna prova reale che confermi questa ipotesi; tuttavia, per capire perché questa leggenda abbia avuto tanta fortuna, bisogna ripercorrere ciò che è successo ai protagonisti della serie, cominciando dalla tragedia che per prima cambiò per sempre la storia di Glee.
Cory Monteith: la tragedia che cambiò Glee
Il primo evento che segnò davvero la storia di Glee avvenne il 13 luglio 2013: Cory Monteith, interprete di Finn Hudson, venne trovato morto nella sua camera al Fairmont Pacific Rim Hotel di Vancouver. Aveva soltanto 31 anni e gli esami tossicologici stabilirono che la causa della morte era una combinazione di eroina e alcol. Il coroner escluse elementi che potessero far pensare a un gesto intenzionale, classificando il decesso come accidentale.
La notizia ebbe un impatto enorme, perché Monteith era uno dei volti centrali della serie. Finn era stato fin dall'inizio uno dei punti di riferimento del gruppo e il rapporto con Rachel Berry costituiva una delle principali linee narrative di Glee. La morte dell'attore arrivò inoltre mentre la produzione si preparava alla quinta stagione e costrinse autori e produttori a trovare una soluzione che non stravolgesse troppo la serie.
Alla fine, Monteith non fu sostituito e sullo schermo si improvvisò la sua morte, ma senza spiegarla in alcun modo. Il terzo episodio della quinta stagione, The Quarterback, trasmesso negli Stati Uniti il 10 ottobre 2013, venne costruito come un vero e proprio addio, senza però mostrare mai né la morte né il funerale di Finn, ma concentrandosi sul dolore dei suoi amici e della comunità del McKinley High.
Per il cast non si trattò soltanto di recitare un lutto, perché molti degli attori stavano davvero affrontando la perdita di un collega e amico, e quella sovrapposizione tra finzione e realtà rese l'episodio uno dei momenti più difficili e intensi dell'intera serie. Anni dopo, alcuni membri del cast avrebbero raccontato quanto fosse stato duro persino tornare a guardare quelle puntate.
La morte di Cory Monteith fu quindi molto più di una tragedia personale: segnò uno spartiacque nella storia di Glee che, tuttavia, continuò ancora per due stagioni, nonostante qualcosa fosse cambiato in modo irreversibile. E, col senno di poi, quello che allora sembrò un evento terribile e isolato sarebbe diventato soltanto il primo episodio di una sequenza destinata ad alimentare la fama più oscura dello show.
Mark Salling: dalla popolarità allo scandalo
Se la morte di Cory Monteith aveva sconvolto il pubblico per la perdita improvvisa di uno dei protagonisti più amati di Glee, la vicenda di Mark Salling ebbe caratteristiche molto diverse. L'attore, interprete di Noah “Puck” Puckerman, passò nel giro di pochi anni dalla notorietà televisiva a uno dei casi giudiziari più gravi legati al cast della serie.
Nel dicembre 2015 Salling venne arrestato dopo che le autorità avevano trovato sui suoi dispositivi una vasta raccolta di materiale pedopornografico. L'indagine portò nel 2016 a un'incriminazione federale e, nel dicembre 2017, l'attore si dichiarò colpevole del possesso di pornografia minorile. Nel patteggiamento ammise di avere circa 25.000 immagini raffiguranti minori coinvolti in atti sessuali.
Salling rischiava una lunga pena detentiva, ma riuscì a ottenere un accordo con i pubblici ministeri che prevedeva una condanna compresa tra quattro e sette anni di carcere, seguita da vent'anni di libertà vigilata e dall'obbligo di registrarsi come autore di reati sessuali.
La sentenza era prevista per marzo 2018, ma l’attore non arrivò mai a quell'udienza perché il 30 gennaio 2018 Salling, 35 anni, venne trovato morto a Los Angeles. Le autorità stabilirono che si era suicidato, ma la sua morte, arrivata meno di cinque anni dopo quella di Monteith, contribuì ad alimentare sui media l'idea che attorno a Glee esistesse una successione anomala di tragedie. Tuttavia, mettere sullo stesso piano le due vicende sarebbe fuorviante, perché Monteith morì a causa di una dipendenza contro cui aveva combattuto per anni, mentre Salling si tolse la vita probabilmente a causa del peso di ciò che lo attendeva.
Naya Rivera: la tragedia che riaccese la leggenda
Infine, arriviamo al caso che più degli altri diede linfa alla “maledizione di Glee”: l'8 luglio 2020 l’attrice Naya Rivera, interprete di Santana Lopez, noleggiò una barca sul lago Piru, in California, insieme al figlio di quattro anni Josey, ma qualche ora dopo il bambino venne trovato solo sull'imbarcazione, mentre di Rivera non c'era più traccia. Le ricerche coinvolsero sommozzatori, elicotteri e numerose squadre di soccorso e il corpo dell'attrice venne ritrovato il 13 luglio, cinque giorni dopo la scomparsa. Rivera aveva 33 anni e il medico legale stabilì che la causa della morte era un annegamento accidentale, senza che emergessero elementi che facessero pensare a un suicidio o a un atto criminale.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, madre e figlio erano entrati in acqua per nuotare. Josey raccontò che Rivera era riuscita ad aiutarlo a risalire sulla barca, ma non era poi riuscita a mettersi in salvo. L'autopsia rese noto anche che nel suo organismo erano presenti piccole quantità di alcol e alcuni farmaci, ma i livelli non furono considerati sufficienti a spiegare l'annegamento.
La morte di Rivera ebbe un peso enorme anche per il rapporto che il pubblico aveva costruito con Santana. Il personaggio, inizialmente secondario, era diventato uno dei più importanti della serie, soprattutto grazie al percorso sentimentale con Brittany e alla rappresentazione di una giovane donna latina e lesbica, elemento che aveva reso Santana un punto di riferimento per molti spettatori.
A rendere tutto ancora più impressionante agli occhi dei fan ci fu una terribile coincidenza: il corpo di Naya Rivera venne ritrovato il 13 luglio 2020, esattamente sette anni dopo la morte di Cory Monteith. È il genere di dettaglio che alimenta con facilità una leggenda, anche quando non esiste alcun legame reale tra gli eventi.
Con Rivera, però, Glee aveva ormai perso tre membri molto noti del cast in meno di sette anni e da quel momento la “maledizione” smise di essere soltanto una suggestione marginale e cominciò a diventare una vera etichetta mediatica, usata per mettere insieme morti e scandali che, come abbiamo visto, avevano origini del tutto diverse.
Gli altri lati oscuri di Glee
Cory Monteith, Mark Salling e Naya Rivera rappresentano i tre nomi attorno ai quali è nata la leggenda della “maledizione di Glee”, ma nel corso degli anni anche altre vicende hanno contribuito a rendere più cupa l'immagine della serie.
Nel luglio 2014, quasi un anno dopo la morte di Monteith, Matt Bendik, compagno di Becca Tobin, l'attrice che interpretava Kitty Wilde, venne trovato morto in una camera d'albergo a Philadelphia. Aveva 31 anni e si trovava in città per lavoro. La polizia non rilevò segni di violenza né elementi che facessero pensare a un crimine e il fatto che anche questa morte fosse avvenuta in un hotel e a pochi giorni dal primo anniversario della scomparsa di Monteith contribuì ad alimentare le associazioni tra le due vicende.
A tutto questo si aggiunsero negli anni racconti molto meno edificanti sulla vita dietro le quinte della serie. Nel 2020 Samantha Ware, apparsa nella sesta stagione, accusò Lea Michele di averle reso il lavoro sul set molto difficile e parlò di comportamenti e aggressioni che l'avevano segnata. Alle sue dichiarazioni seguirono quelle di altri attori e collaboratori che descrissero esperienze negative con la protagonista della serie, tanto che Michele fu costretta a pubblicare delle scuse, riconoscendo che il proprio comportamento nei confronti di altre persone era stato in alcuni casi insensibile o inappropriato.
Nonostante fossero storie slegate tra loro, vennero subito accostate alle tre morti che avevano colpito il cast, contribuendo a costruire nel tempo un'immagine di Glee molto diversa da quella colorata e spensierata mostrata sullo schermo. Un'immagine che è diventata tanto radicata da portare, nel 2023, alla produzione della docuserie in tre parti The Price of Glee, dedicata proprio alle tragedie e alle controversie legate allo show.
Glee era davvero una serie maledetta?
A oggi non esiste alcun elemento concreto che possa collegare tra loro le morti di Cory Monteith, Mark Salling e Naya Rivera, né gli altri episodi che nel tempo sono stati associati alla serie. Si tratta di vicende diverse per cause, contesto e responsabilità , accomunate soltanto dal fatto di aver coinvolto persone legate allo stesso show.
La leggenda della “maledizione” nasce soprattutto dal bisogno di trovare un filo conduttore quando eventi drammatici si concentrano attorno a qualcosa di molto noto. Glee è stata una delle serie più popolari della sua generazione, con un cast giovane, numeroso e seguito da milioni di spettatori: ogni tragedia che ha coinvolto uno dei suoi protagonisti ha quindi avuto una risonanza enorme, finendo per sommarsi alle precedenti nella memoria collettiva.
Il rischio, però, è quello di trasformare persone reali e storie dolorose in elementi di una narrazione quasi fantastica. La morte accidentale di Monteith, il suicidio di Salling dopo una grave vicenda giudiziaria e l'annegamento di Rivera non diventano più comprensibili se vengono riuniti sotto l'etichetta di una presunta maledizione. Al contrario, quella definizione rischia di cancellare proprio ciò che rende ogni caso diverso dagli altri.
Forse è per questo che la storia di Glee continua ad affascinare ancora oggi, perché il contrasto tra ciò che mostrava sullo schermo e ciò che è accaduto fuori dal set è difficile da ignorare. Una serie costruita attorno a musica, entusiasmo e speranza è finita per essere ricordata soprattutto per lutti, scandali e vicende personali molto dure.
La “maledizione di Glee”, quindi, appartiene più al modo in cui raccontiamo queste storie che ai fatti stessi ed è forse proprio questo l'aspetto più interessante: capire come una successione di eventi reali possa trasformarsi, nel tempo, in una leggenda.




Nessun commento:
Posta un commento