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venerdì 21 aprile 2017

"JERICHO" UN RACCONTO OMAGGIO A CLIVE BARKER

Dopo alcuni anni, torno a pubblicare con una casa editrice. L'occasione è speciale, perché, come qualunque altro autore horror, anche io ho avuto tanti maestri: uno di loro è stato Clive Barker e a lui è dedicato il mio nuovo racconto pubblicato in questi giorni con "Delos Digital". Lo tovate sul sito dell'editore e su tutti gli store on-line.

Sinossi: Il cubo è in grado di prendere il controllo di chi lo possiede...La vita di Jericho, killer della malavita romana, viene stravolta dall'apparizione di una mostruosa creatura che si cela sotto le spoglie della sua ultima vittima. Chi sarà? E perché è alla ricerca di una misteriosa e antica scatola di legno che Jericho ha consegnato al suo capo?

Amazon: http://amzn.to/2pXZt35
Delos: https://www.delosstore.it/ebook/50799/jericho/
Kobo Books: https://www.kobo.com/it/it/ebook/jericho-19
i-Tunes: https://itunes.apple.com/us/book/jericho/id1228180859?mt=11



martedì 17 gennaio 2017

IL NUOVO LOGO E LA JUVE DEL FUTURO

Da oggi la Juventus ha un nuovo logo. Un po’ a sorpresa, quasi un coup de théâtre, con cui la società ha, forse, voluto dare una prova di forza dopo la bruciante sconfitta di Firenze e le tante voci, più o meno velenose, venute fuori nelle ore successive. Secondo il comunicato stampa, «la nuova identità sviluppata da Interbrand cattura il DNA dell’estetica Juventus e la scolpisce nelle linee taglienti di un segno forte, iconico ed essenziale, capace di imporsi da protagonista in qualsiasi contesto e su qualsiasi interfaccia. Il nuovo logo rappresenta in modo immediato e inconfondibile Juventus nella sua essenza: la J del nome, le strisce della maglia, lo scudetto della vittoria». 
Tutte belle parole, sì, ma a noi tifosi, a noi studiosi della Juve e della juventinità, cosa ci trasmette questa nuova grafica? Passando sopra, con qualche difficoltà, al nome della società a cui è stato affidato il progetto, personalmente non mi entusiasma, soprattutto perché ci vedo una netta presa di distanza dal mondo del calcio e dello sport, a favore di una globalizzazione “marchettizzante” della Juventus. L’obiettivo, nemmeno tanto nascosto, sembra quello di voler trasformare la società in un brand mondiale alla stregua di un qualsiasi marchio di moda, ma se era proprio ciò che ci chiedeva il mercato, siamo sicuri che non si poteva fare di meglio? Va bene la “J”, l’immagine speculare dello scudetto, l’omaggio, un po’ stiracchiato, all’Avvocato, ma guardando questo nuovo logo la prima sensazione è di freddezza ed eccessiva modernità. Lo sappiamo, il calcio è anche, e soprattutto, sentimento; il tifo, come dice la stessa parola, è una malattia, e i due concetti sono molto, troppo, lontani da questa sorta di opera di arte moderna e minimalista che è il nuovo logo. Che fine ha fatto il calore che trasmetteva quello scudo bianconero pronto a ogni battaglia? Se l’addio al toro imbizzarrito, simbolo di Torino, potrebbe essere comprensibile, visto la natura nazionale della Juventus che può contare tifosi in ogni angolo del nostro Paese, il passaggio dal calore del vecchio logo alla freddezza di questo nuovo, è un colpo al cuore, soprattutto per chi la Juve la segue fin da quando era un bambino.
La mia sensazione è che questa scelta, se giusta in ottica finanziaria e politica, potrebbe portare non poche conseguenze al senso di appartenenza che da sempre ha caratterizzato le squadre di calcio. È un passo verso il futuro, ma potrebbe anche essere un passo indietro nel rapporto tra società e tifosi, perché nessuno vuol vedere trasformata la Vecchia Signora in una qualunque industria mangia-soldi. Perché non prendere esempio dai loghi di alcune squadre molto più avanti di noi, come il Bayern Monaco, il Barcellona, il Real Madrid? Pur trasformandosi in multinazionali, hanno mantenuto una chiara appartenenza al mondo del calcio: quello dei tedeschi è rotondo, al centro c’è una palla colorata; anche quello del Real è rotondo, con la corona e le lettere del club che si incrociano; e quello del Barcellona, addirittura, è uno scudetto con una palla vecchio stile al centro. Perché, invece, la Juventus ha voluto rompere così nettamente con il mondo del calcio?
In rete, naturalmente, si sono scatenate reazioni di ogni tipo, a favore e contro il nuovo logo, ma il quesito principale rimane uno: che futuro avrà la nostra Juventus?

lunedì 2 gennaio 2017

BUON PRIMO COMPLEANNO... "PROTOCOLLO 19"!

In occasione del primo compleanno di "Protocollo 19", il mio racconto attualmente più venduto, ho deciso di regalarlo per un giorno e, così, solo per oggi lo troverete in promozione gratuita su Amazon.
Sinossi: In una Roma post-apocalittica in mano a orde di zombie, due ragazzi affrontano l'ignoto alla ricerca della medicina che potrebbe salvare la vita alla sorella di uno di loro. Ciò che li attende è un viaggio da incubo, tra gli assalti dei mostri e una città che è diventata un vecchio e sbiadito ricordo di ciò che era, fino a quando non saranno costretti ad affrontare l'inevitabile per mettersi in salvo...

Link per il download: www.amazon.it

domenica 1 gennaio 2017

SEGUIMI NEL BUIO - SIMONETTA SANTAMARIA

Comincio il nuovo anno saldando un vecchio debito con un’amica di penna che, negli ultimi tempi, oltre che tale, è diventata anche un modello da seguire e da cui imparare. Si tratta di Simonetta Santamaria, la scrittrice italiana che amo di più e che, da qualche settimana, è tornata in libreria con una nuova fatica letteraria: Seguimi nel buio. Un’opera dalla genesi particolare, pubblicata solo grazie all’affetto dei lettori e di coloro che l’hanno votata alla competizione “Io Scrittore”, un torneo che dovrebbe essere riservato agli esordienti-emergenti e che, invece, in Italia è diventata l’ennesima anomalia editoriale. Una come Simonetta non ha nulla da dimostrare, la sua storia parla per lei, eppure devono ancora essere i lettori a “costringere” le case editrici italiane e darle la giusta attenzione. Forse perché non è il tipo che si presta a certi giochi, sempre salda nelle sue convinzioni e mai disposta a opere di servilismo o ruffianerie.
Comunque, per fortuna che esistono ancora lettori competenti, perché sarebbe stato un vero peccato non poter leggere Seguimi nel buio, un romanzo che possiede una potenza esplosiva e che tratta con competenza e passione un tema delicato come l’autismo. Simonetta ha scritto un thriller a forti tinte horror, come sua (straordinaria) abitudine, in cui racconta le storie parallele di una psicopatica-necrofila rinchiusa in un manicomio criminale, e quella del piccolo Valerio, bambino affetto da autismo.
“Siete così presi dalla vostra piccola, inscatolata realtà che non vi accorgete dell’universo psichico che pulsa attorno a voi. È la Rete. È Insanet”, recita lo slogan di lancio del libro, ed è proprio in questo luogo lontano dal tempo e dallo spazio in cui il destino di Valerio incontra quello di Luce, creando un rapporto che andrà molto al di là di una semplice “amicizia”. L’escalation del racconto è vibrante, dalla prima all’ultima pagina; l’autrice riesce a calarci in un mondo a metà tra la quotidiana realtà partenopea a questo universo parallelo molto cinematografico, in cui la puzza e la freddezza delle stanze bianche e disinfettate dell’ospedale psichiatrico ricordano quelle di The Ward o Il seme della follia di Carpenter, fino alla splendida citazione de L’esorcista. Seguimi nel buio è un romanzo crudo e intenso, scritto con maestria e passione, capace di far commuovere e di spaventare, di regalare emozioni forti a ogni pagina. Inutile dirvi che dovete leggerlo.

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sabato 31 dicembre 2016

L'ANNO CHE VERRA'... E QUELLO CHE È ANDATO

Un altro anno è passato, il quarantaduesimo della mia vita, il sesto da quando ho cominciato a scrivere su questo blog. Fine anno è, da sempre, sinonimo di bilanci e, dopo un po’ di tempo, torno a farne uno anche io.
Come è stato il mio 2016? Il modo migliore per descriverlo è tirare in ballo, per l’ennesima volta, la mia squadra del cuore, la Juventus, perché il mio ultimo anno è stato in bianco e nero. La parte bianca, come al solito, è rappresentata dalla mia passione, mai doma, per la scrittura. Nel 2016 ho scritto tanto e ho pubblicato tanto (i soliti maligni diranno troppo) e mi sono lanciato nella narrativa dopo essermi fatto le ossa con anni di saggistica, ottenendo ottime soddisfazioni e risultati molto incoraggianti, che spero siano di buon auspicio per l’anno che verrà. Il merito principale di questa importante crescita letteraria va alla decisione, presa a febbraio, di fare un passo in avanti nella mia avventura di self publisher, accostando le edizioni cartacee agli ebook. Una scelta che ora, con dieci mesi di esperienza alle spalle, definisco illuminante e sorprendente. Illuminante perché ha dato corpo ai miei sogni, moltiplicando i guadagni e permettendo di crearmi la mia piccola nicchia di fedeli lettori che alimentano la mia voglia di indipendenza. Sorprendente, perché mi ero ormai convinto (autoconvinto?) che l’ebook potesse davvero rappresentare il futuro dell’editoria, e invece mi sono dovuto ricredere, accettando l’immortalità del cartaceo, il suo legame indissolubile con chi ama leggere. In Italia, il libro sarà sempre su carta. Il resto è condimento più o meno saporito.
Ma passiamo al lato nero del mio 2016, rappresentato da alcuni momenti difficili vissuti in famiglia (per fortuna poi risolti positivamente), dalla morte del mio amato Bud Spencer, di un ex collega di lavoro andato via troppo presto e di tante altre icone della mia gioventù, ma soprattutto da ciò che mi tiene inchiodato (prigioniero?) a Roma, una città che non ho mai amato e che non amerò mai, non essendo io un tipo da grande città. È bella, bellissima, ma invivibile e buona solo per i turisti che ci vengono una settimana (e magari d’estate) ad ammirare gli splendidi luoghi storici. Viverci, cari miei, è tutta un’altra storia.
A questo punto, probabilmente, vi starete chiedendo cosa è che mi tiene legato a un posto che non mi piace. Beh, non è difficile indovinare, si chiama lavoro d’ufficio, nove ore al giorno (che diventano dieci tra raggiungerlo e tornare a casa) per cinque giorni a settimana, che mi lascia le briciole da dedicare a famiglia e scrittura, che mi ha ormai reso schiavo di me stesso. Purtroppo, non ho la fortuna di alcuni amici che fanno un lavoro dove il luogo è relativo e che possono svolgere dappertutto, anche nel più sperduto paese della provincia. Io sono costretto a vivere a Roma per tenermi il mio lavoro, visto che è già una fortuna, di questi tempi, averne uno e il mio non è affatto male, anzi. Quindi, in conclusione, questo 2016 non mi è dispiaciuto. Poteva andare meglio, ma poteva andare anche peggio, diciamo che ha mantenuto il giusto equilibrio, alternando periodi di euforia ad altri meno felici. Al 2017 posso solo chiedere di mantenere vivo il fuoco della passione dentro di me, di aiutarmi a nutrire ancora i miei sogni e quelli della mia famiglia. Certo, rimarrà, come ormai da anni, l’utopia di riuscire a gestire il mio tempo, la cosa più preziosa che ci è stata donata, ma da buon juventino, anche il prossimo anno ci proverò, sempre e comunque, #finoallafine.

lunedì 5 dicembre 2016

"TOP 10 - I GRANDI NUMERI 10 DELLA JUVENTUS" IN EBOOK E CARTACEO

Da oggi è disponibile, in ebook e cartaceo, il mio nuovo libro dedicato alla Juventus. Stavolta racconto i più grandi campioni che hanno indossato la magica maglia numero 10. 
La maglia più ambita, quella più amata, indossata spesso dai più grandi fuoriclasse del calcio mondiale: è la numero 10, simbolo di fantasia e classe e i successi di una squadra come la Juventus non possono prescindere da chi l'ha portata sulle spalle. Da Giovanni Ferrari a Carlos Tevez, passando per Platini e Del Piero, Sivori e Roberto Baggio, questo libro ripercorre la carriera in maglia bianconera dei più grandi numeri 10 della storia juventina.

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martedì 11 ottobre 2016

UNO SCOGLIO CHIAMATO SINOSSI

Da quando scrivo, sono sempre stato curioso di conoscere il modo di lavorare degli altri, soprattutto per capire quale fosse la strada per migliorare. Negli anni, ho incontrato tanti autori, e quelli che hanno attirato maggiormente la mia attenzione, sono sempre stati coloro che prima di scrivere il proprio libro, preparavano la famigerata sinossi, colei che Wikipedia definisce «[…] un compendio, o riassunto, di un'opera letteraria che permette di avere sott'occhio le sue parti essenziali. […]». Questi scrittori, il più delle volte, preparavano anche le schede dei personaggi, una scaletta e altre diavolerie che ogni volta alimentavano in me invidia e ammirazione. Li vedevo come dei in cima all'Olimpo, dotati di capacità superiori, perché io, da vent'anni a questa parte, una sinossi non sono mai riuscito a scriverla, trovandomi anche in difficoltà quando, ormai anni fa, gli editori me la chiedevano quando gli proponevo un mio lavoro. 
Ieri, però, alla vigilia dei quarantadue anni, questo incantesimo sembra si sia interrotto, grazie anche, e soprattutto, all’amico (e grande autore) Vincent Spasaro che, offertosi gentilmente di farmi da editor per il seguito di Un colpo alla speranza, fin dal primo momento mi ha detto che scrivere una sinossi è un modo per migliorarsi. Non è mai troppo tardi per imparare, e così ho scritto questa mia benedetta prima sinossi e ora non resta che sperare che lo abbia fatto bene, perché nel mio modo caotico di lavorare non c’è mai stato spazio per la programmazione. Ho sempre preferito scrivere di getto, partendo magari da un’idea, una scintilla, per poi procedere a braccio, come facevo anche a scuola quando mi interrogavano. Così, ecco le mille stesure, la maggior parte incompiute, di romanzi e racconti, forse proprio perché prive di programmazione. 
Non è stato facile scriverla, soprattutto perché, per la prima volta, mi sono visto costretto a stabilire a tavolino la storia, i suoi sviluppi e la sua conclusione, e ora ho una terribile paura che stravolgerò tutto, perché io e l’ordine non andiamo d’accordo. A casa non ho uno studio dove isolarmi, sto dieci ore al giorno in ufficio, ho poco tempo per scrivere e quando riesco a farlo, la maggior parte delle volte, lo faccio in soggiorno, con la televisione accesa e i bambini che corrono da una parte all'altra, giocando e urlando (anche in questo momento). Mi sono comprato un piccolo scrittoio da mettere in camera da letto per avere, almeno, un angolo studio, ma anche lì, la tranquillità è un optional. Potrei alzarmi presto la mattina, direte voi, oppure tirare tardi la sera, scrivendo quando tutti dormono, ma quando si hanno sei ore al giorno a disposizione per il tempo libero (otto ore di sonno sono per me vitali), ci vorrebbe un clone per fare tutto. Per fortuna ci sono i fine settimana, durante i quali a volte riesco a recuperare il terreno perduto, ma non sono, e credo non sarò mai, uno che scrive tutti i giorni con regolarità, mi è impossibile. È una fatica, si fanno i salti mortali per ritagliarsi qualche ora di scrittura, e ammetto di invidiare quelli che possono farlo liberamente, atteggiandosi magari ad artisti maledetti circondati dal fumo delle mille sigarette che fumano in un’ora e coi capelli scombinati o che possono farlo nei propri studi di avvocati o simili.
Ma torniamo alla sinossi, vero argomento di questo post: è vero che sono stato facilitato dal fatto che il romanzo è a buon punto, ma sono comunque orgoglioso per essere riuscito a scriverla, perché ho superato uno dei più grandi ostacoli della mia vita da scribacchino o aspirante tale. Fino a pochi giorni fa, su Facebook, avevo detto che per me era un vero incubo, che non sarei mai riuscito a scriverne una e invece, oggi, ce l’ho fatta. E come si sa, una volta superato un ostacolo, gli altri li prendi di slancio.
Appuntamento su Amazon, quindi.