Ci sono stati periodi nella storia del calcio italiano in cui Juventus e Nazionale sembravano quasi due facce della stessa squadra. Cambiavano la maglia, l'allenatore e alcuni compagni, ma l'Italia poteva costruire una parte consistente della propria formazione attorno a giocatori che durante la stagione condividevano allenamenti, automatismi e abitudine alla vittoria a Torino.
Il legame ha attraversato epoche molto diverse e ha raggiunto il proprio punto più evidente nel 1982, quando sei juventini contribuirono alla conquista del Mondiale in Spagna, ma sarebbe riduttivo limitarlo a quella generazione. La Juventus aveva fornito un blocco fondamentale già all'Italia campione del mondo nel 1934 e avrebbe continuato a rappresentare uno dei principali serbatoi della Nazionale per decenni, fino ad avere un ruolo importante anche nel trionfo del 2006 e nella ricostruzione azzurra dei primi anni del decennio successivo.
Dietro questo rapporto esisteva qualcosa che oggi appare molto più difficile da riprodurre: le grandi squadre italiane potevano conservare per anni un nucleo di giocatori italiani e la Nazionale, di conseguenza, riceveva calciatori che si conoscevano alla perfezione, avevano già affrontato insieme partite decisive e condividevano una cultura tattica costruita quotidianamente nel club.
Un rapporto che comincia molto prima del 1982
La storia parte da lontano e uno dei primi esempi più impressionanti arriva nel Mondiale del 1934, quando l'Italia di Vittorio Pozzo conquistò il primo titolo della propria storia e la Juventus fornì nove giocatori destinati a diventare campioni del mondo: Gianpiero Combi, Virginio Rosetta, Umberto Caligaris, Luis Monti, Luigi Bertolini, Giovanni Ferrari, Raimundo Orsi, Felice Borel e Mario Varglien.
Era la Juventus del Quinquennio d'Oro, capace di conquistare cinque campionati consecutivi tra il 1930 e il 1935, e una parte consistente della forza della Nazionale derivava proprio da quel gruppo. Quattro anni dopo, nel secondo Mondiale vinto consecutivamente dall'Italia, sarebbero stati altri due juventini, Alfredo Foni e Pietro Rava, a laurearsi campioni del mondo.
Il rapporto tra Juventus e maglia azzurra, quindi, appartiene quasi alle fondamenta del calcio italiano e nasce in un'epoca nella quale il club torinese stava già assumendo una dimensione nazionale, attirando alcuni dei migliori calciatori del Paese e fornendo alla selezione italiana un patrimonio tecnico che sarebbe diventato una costante della sua storia.
Il blocco Juventus diventò una struttura della Nazionale
Il concetto di "blocco" assunse però una forza particolare molti anni dopo, quando la Juventus costruita negli anni '70 divenne una delle squadre dominanti del calcio italiano e cominciò a fornire alla Nazionale uomini che occupavano praticamente ogni zona del campo.
Dino Zoff in porta, Claudio Gentile, Gaetano Scirea e Antonio Cabrini in difesa, Marco Tardelli a centrocampo rappresentavano molto più di cinque grandi giocatori appartenenti allo stesso club, perché formavano un sistema già abituato a muoversi insieme, a riconoscere i tempi dei compagni e a gestire partite nelle quali la pressione faceva parte della normalità .
La Nazionale poteva così sfruttare un vantaggio che va oltre il valore dei singoli. Una difesa composta in larga parte da calciatori che giocavano insieme durante tutto l'anno aveva bisogno di costruire meno automatismi da zero, mentre personalità come Zoff, Scirea e Tardelli portavano nello spogliatoio azzurro la stessa abitudine alla responsabilità che avevano sviluppato nella Juventus.
A quel gruppo mancava ancora un elemento che nel 1982 avrebbe cambiato tutto.
Paolo Rossi e il Mondiale che diventò anche bianconero
Quando Paolo Rossi arrivò al Mondiale di Spagna, la sua situazione sembrava lontana da quella di un uomo destinato a dominare il torneo, ma Enzo Bearzot continuò a fidarsi di lui e la seconda fase trasformò la storia della competizione.
Contro l'Argentina andarono a segno Tardelli e Cabrini, poi arrivò la partita contro il Brasile e Rossi segnò tre volte nel leggendario 3-2 che eliminò la squadra di Zico, Sócrates e Falcão. In semifinale realizzò altri due gol contro la Polonia e nella finale con la Germania Ovest aprì le marcature, prima che Tardelli segnasse una delle reti più famose nella storia della Nazionale.
L'Italia diventò campione del mondo con sei giocatori della Juventus: Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli e Rossi. Cinque costituivano da anni una parte essenziale della squadra bianconera, mentre Rossi era appena tornato alla Juventus e sarebbe diventato protagonista anche a Torino.
Quel Mondiale rappresenta forse l'immagine più pura del rapporto tra club e Nazionale, perché l'Italia non prese dalla Juventus soltanto alcuni campioni, ma una parte consistente della propria identità calcistica: il portiere e capitano, gran parte della difesa, un centrocampista decisivo e l'attaccante che avrebbe chiuso il torneo con sei gol.
Scirea, Gentile, Cabrini e una difesa che si conosceva giÃ
Il vantaggio di possedere un blocco proveniente dallo stesso club emergeva soprattutto nella fase difensiva: Gentile poteva occuparsi dell'avversario più pericoloso, Scirea interpretava il ruolo di libero con una capacità di lettura straordinaria, Cabrini garantiva spinta sulla fascia e Zoff dirigeva il reparto alle loro spalle.
Erano giocatori diversi, ma avevano sviluppato la propria complementarità nella Juventus e la Nazionale poteva ereditarla quasi senza modificarla. Bearzot disponeva così di una struttura sulla quale inserire gli altri elementi della squadra, anziché dover costruire ogni volta un sistema nuovo durante i pochi giorni concessi dal calendario internazionale.
Anche questo aiuta a comprendere perché per molti anni il rapporto tra club e Nazionale sia stato considerato quasi naturale. Quando una squadra italiana dominava il campionato con un gruppo composto in larga parte da giocatori convocabili, il commissario tecnico poteva prendere quel nucleo e utilizzarlo come fondamento della propria formazione.
La Juventus offrì questa possibilità più volte e il 1982 rimane l'esempio più evidente.
Da Baggio a Del Piero, il rapporto cambiò forma
Negli anni '90 il calcio cominciò a trasformarsi, aumentò la circolazione internazionale dei giocatori e le grandi squadre italiane divennero sempre più ricche di campioni stranieri, ma la Juventus continuò a fornire alla Nazionale alcuni dei suoi uomini più rappresentativi.
Roberto Baggio arrivò a Torino nel 1990 e divenne nello stesso periodo il simbolo tecnico dell'Italia, fino al Mondiale americano del 1994, mentre pochi anni dopo Alessandro Del Piero avrebbe raccolto una parte importante di quella eredità , diventando uno dei punti di riferimento sia della Juventus sia della Nazionale.
Il meccanismo, però, stava cambiando: l'Italia poteva ancora trovare nella Juventus alcuni dei propri campioni più importanti, ma diventava più difficile ricostruire un blocco paragonabile a quello degli anni di Zoff, Gentile, Scirea, Cabrini e Tardelli, perché le rose dei club stavano assumendo una dimensione sempre più internazionale.
La sentenza Bosman del 1995 avrebbe accelerato questo processo, favorendo una circolazione dei calciatori europei molto più ampia e modificando la composizione delle grandi squadre. La Juventus continuò ad avere una forte presenza italiana, ma il calcio nel quale un club poteva fornire quasi un'intera struttura alla Nazionale stava cominciando a scomparire.
Nel 2006 la Juventus tornò al centro dell'Italia
Ventiquattro anni dopo Madrid, la quarta Coppa del Mondo italiana riportò la Juventus al centro della Nazionale. Marcello Lippi, l'allenatore che aveva guidato uno dei cicli più importanti della storia bianconera, arrivò in Germania con cinque juventini: Gianluigi Buffon, Fabio Cannavaro, Gianluca Zambrotta, Mauro Camoranesi e Alessandro Del Piero.
Il loro peso andò molto oltre il numero delle convocazioni, perché Buffon disputò un Mondiale straordinario e venne premiato come miglior portiere del torneo, Cannavaro fu il capitano dell'Italia e pochi mesi dopo avrebbe conquistato il Pallone d'Oro, Zambrotta segnò contro l'Ucraina nei quarti, mentre Del Piero realizzò il secondo gol nella semifinale contro la Germania e trasformò uno dei rigori della finale con la Francia.
A Berlino tutti e cinque i juventini scesero in campo e Cannavaro sollevò la Coppa da capitano. Ancora una volta, in un momento decisivo della storia della Nazionale, una parte importante dell'Italia proveniva dalla Juventus.
Esisteva anche un legame meno visibile ma altrettanto significativo: Lippi conosceva profondamente l'ambiente bianconero e aveva costruito a Torino gran parte della propria idea di calcio e di gestione del gruppo. Il Mondiale del 2006 fu quindi juventino in una misura che andava oltre i cinque giocatori presenti nella rosa.
Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini e la nascita di un altro blocco
Dopo il 2006 sembrava che il calcio dei grandi blocchi appartenesse definitivamente al passato, eppure la Juventus riuscì ancora una volta a costruirne uno.
Con l'inizio del ciclo di Antonio Conte nel 2011, la squadra bianconera tornò a dominare in Italia facendo affidamento su un nucleo azzurro molto forte. Buffon era ancora il punto di riferimento in porta, davanti a lui si consolidò il reparto formato da Andrea Barzagli, Leonardo Bonucci e Giorgio Chiellini, mentre a centrocampo giocavano Andrea Pirlo e Claudio Marchisio.
Quando Cesare Prandelli portò l'Italia a Euro 2012, nella rosa figuravano Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Pirlo, Marchisio ed Emanuele Giaccherini, tutti juventini. La Nazionale arrivò fino alla finale e, ancora una volta, poté sfruttare uomini che nel club condividevano principi tattici e abitudine a giocare insieme.
Il fenomeno sarebbe proseguito negli anni successivi e la BBC (Barzagli, Bonucci e Chiellini) sarebbe diventata contemporaneamente uno dei simboli della Juventus e della Nazionale. Era forse l'ultima grande manifestazione di un modello che aveva accompagnato il calcio italiano per decenni.
Perché oggi sarebbe molto più difficile
Il calcio contemporaneo rende complicato ricostruire un rapporto simile. Le rose delle grandi società sono internazionali, il mercato permette ai migliori giocatori italiani di trasferirsi all'estero e la stessa Nazionale deve cercare i propri uomini in un numero molto maggiore di squadre.
Questo processo offre anche vantaggi, perché un calciatore può formarsi attraverso esperienze, campionati e culture tattiche differenti, ma ha ridotto la possibilità che un commissario tecnico riceva da un singolo club cinque o sei uomini già abituati a giocare insieme ad altissimo livello.
Esiste poi una differenza ancora più profonda: per decenni la Juventus ha cercato i migliori italiani anche perché quei giocatori rappresentavano una componente centrale della costruzione della squadra, mentre oggi la nazionalità pesa molto meno nelle strategie di mercato e un club sceglie all'interno di un bacino mondiale.
Il cambiamento appartiene all'evoluzione del calcio e sarebbe inutile giudicarlo soltanto attraverso la nostalgia, ma ha modificato il rapporto tra società e Nazionale in una maniera irreversibile.
Quando il bianconero diventava azzurro
La storia della Juventus e quella della Nazionale italiana si sono incrociate troppe volte perché si possa parlare di una semplice coincidenza. Dal gruppo del 1934 ai sei campioni del mondo del 1982, fino ai cinque juventini di Berlino 2006 e al blocco che accompagnò l'Italia verso la finale europea del 2012, il club bianconero ha fornito agli Azzurri molto più di una lunga serie di grandi calciatori.
In alcuni periodi ha fornito una struttura già pronta, fatta di uomini che si conoscevano, condividevano una cultura tattica e arrivavano in Nazionale dopo avere affrontato insieme campionati, coppe europee e partite decisive.
Il 1982 rimane l'immagine simbolo di questa relazione: Zoff che alza la Coppa, Scirea che guida la difesa, Gentile che affronta i migliori avversari del torneo, Cabrini sulla fascia, Tardelli che corre dopo il gol della finale e Rossi che diventa capocannoniere del Mondiale. Sei giocatori, una squadra di club e una parte enorme della Nazionale campione del mondo.
Il calcio è cambiato e difficilmente vedremo ancora un legame costruito con quella continuità , ma proprio per questo quelle generazioni raccontano qualcosa che va oltre i trofei: per lunghi periodi della storia italiana, bastava sostituire il bianconero con l'azzurro e molti dei protagonisti restavano gli stessi.



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