venerdì 23 ottobre 2026

Il giorno degli zombi (1985) – Recensione

George A. Romero torna a parlare di zombies nel 1985 con Il giorno degli zombi, ambientato in una fase ancora più avanzata dell’apocalisse. Nei film precedenti il mondo stava crollando davanti agli occhi dei protagonisti: prima l’assedio di una casa isolata, poi il tentativo di costruire una nuova normalità mentre i morti occupavano città, strade e campagne. Qui, invece, la guerra sembra già persa. Le città sono deserte, gli zombies dominano la superficie e i pochi esseri umani rimasti si nascondono sottoterra, aggrappati a strutture e gerarchie che appartengono a una società ormai scomparsa.

Il cambiamento di prospettiva determina il tono dell’intero film, perché Il giorno degli zombi rinuncia alla varietà degli ambienti e al continuo movimento di Zombi per chiudere quasi tutta la storia in una base sotterranea, trasformando la claustrofobia nel centro stesso del racconto. Gli zombies restano una minaccia enorme, ma per buona parte del film si trovano fuori dal bunker, mentre il vero conflitto cresce tra le persone che dovrebbero collaborare per sopravvivere. Romero porta così la sua saga in una direzione più cupa: il mondo esterno è già perduto, e ciò che resta dell’umanità sembra impegnato a distruggere anche l’ultimo rifugio disponibile.


Un mondo ormai perduto

Già il prologo chiarisce subito quanto la situazione sia cambiata: Sarah, John, McDermott e Miguel raggiungono in elicottero una città nella speranza di trovare altri sopravvissuti, ma incontrano soltanto strade vuote, edifici abbandonati e un silenzio che si spezza quando i loro richiami attirano i morti. Romero non ha bisogno di mostrare battaglie o spiegare attraverso lunghi dialoghi ciò che è accaduto: bastano gli spazi deserti e le orde che emergono dalle strade per suggerire che l’umanità sia ormai diventata una minoranza.

La base sotterranea dovrebbe rappresentare l’opposto di quel mondo, un luogo protetto nel quale conservare ordine e conoscenze, ma la sensazione di sicurezza dura poco. Scienziati e militari convivono perché costretti dalle circostanze, si sopportano sempre meno e attribuiscono alla missione obiettivi diversi, mentre nessuno sa se esista ancora un governo o un comando a cui rispondere. In superficie ci sono i morti; sotto terra sopravvive una versione sempre più fragile della civiltà.



Scienza contro forza militare

Il conflitto principale nasce dalla contrapposizione tra gli scienziati e i soldati. Sarah e il dottor Logan cercano di studiare gli zombies e capire se esista un modo per controllarli, mentre Rhodes e i suoi uomini pretendono risultati concreti e considerano gran parte degli esperimenti una perdita di tempo. Nessuno, però, può fare a meno dell’altro: i ricercatori hanno bisogno dei militari per catturare gli zombies e proteggere la base, mentre i soldati dipendono dalla ricerca per dare ancora un senso alla propria permanenza nel bunker.

Romero evita di ridurre tutto a un semplice scontro tra ragione e brutalità, così gli scienziati non hanno trovato una soluzione e Logan porta avanti esperimenti sempre più discutibili; i militari, dal canto loro, vivono sotto una pressione costante, circondati da cadaveri e costretti a compiere operazioni che hanno già provocato morti. Il problema nasce quando la frustrazione prende il posto della collaborazione. Tutti vogliono dimostrare che il proprio ruolo abbia ancora un significato, e quando questa convinzione comincia a cedere restano paura, rabbia e desiderio di controllo.


Sarah, la voce più lucida

Sarah è il personaggio che mantiene l’equilibrio del film, perché Romero non la costruisce attraverso discorsi eroici o gesti spettacolari, ma attraverso la capacità di continuare a ragionare mentre gli altri perdono il controllo. Conosce il valore della ricerca, vede i limiti di Logan, comprende quanto Rhodes sia pericoloso e deve nello stesso tempo occuparsi di Miguel, la cui stabilità psicologica si sta sgretolando.

Inoltre, il rapporto con Miguel consente al film di mostrare una forma di distruzione meno evidente di quella provocata dagli zombies. Miguel è ancora vivo, ma l’apocalisse gli ha tolto quasi tutto ciò che gli permetteva di affrontare la realtà: sicurezza, fiducia e capacità di reggere la paura. Sarah cerca di proteggerlo senza dimenticare il rischio che può rappresentare per gli altri, e proprio questa posizione la costringe a muoversi tra responsabilità personale e necessità collettiva. È una protagonista forte perché conserva lucidità in un ambiente dove quasi tutti gli altri reagiscono alla crisi cercando di imporre la propria volontà.



Rhodes e il potere senza controllo

Il capitano Rhodes rappresenta invece la degenerazione dell’autorità, perché in teoria dovrebbe garantire disciplina e sicurezza, ma in una base dove non arrivano più ordini e non esiste un comando superiore, il grado militare finisce per trasformarsi in potere personale. Rhodes pretende obbedienza e risultati, ma più la situazione peggiora, più il suo modo di comandare perde ogni funzione pratica e diventa un sistema di minacce e coercizione.

Il personaggio funziona proprio perché il mondo nel quale il suo ruolo aveva un significato è già scomparso. Restano le armi, gli uomini che gli obbediscono e la convinzione che la forza possa sostituire qualsiasi soluzione. Il bunker si trasforma così in una piccola dittatura proprio nel momento in cui gli ultimi sopravvissuti avrebbero bisogno di collaborazione, fiducia e capacità di adattamento.


Logan e l’idea di educare i morti

Il dottor Matthew Logan, soprannominato “Frankenstein”, introduce l’elemento più originale del film, perché non sembra più credere nella possibilità di trovare una cura e concentra la propria ricerca su un’altra domanda: gli zombies possono essere educati? Dentro quelle creature è rimasta qualche traccia dell’essere umano che erano prima della morte?

I suoi esperimenti sono macabri e spesso disturbanti, ma aprono una direzione che Romero aveva soltanto accennato nei capitoli precedenti. Memoria, abitudini e capacità di apprendimento potrebbero sopravvivere in forma ridotta, e proprio questa ipotesi conduce al personaggio più famoso del film: Bub.



Bub e il confine tra vivi e morti

Bub è molto più di una semplice curiosità, perché Logan gli insegna a riconoscere oggetti, imitare gesti, reagire agli stimoli e recuperare frammenti di comportamenti legati alla vita precedente. Romero evita di trasformarlo in uno zombie “buono”, così Bub resta un morto vivente, ma dimostra abbastanza da mettere in crisi l’idea che tra vivi e morti esista una separazione assoluta.

Il confronto con gli esseri umani del bunker rende tutto ancora più interessante: mentre Bub recupera piccoli frammenti di memoria e apprendimento, molti dei vivi perdono empatia e autocontrollo. La creatura che dovrebbe rappresentare la scomparsa dell’umanità mostra segni di una coscienza rudimentale, mentre chi possiede ancora intelligenza e linguaggio li utilizza per minacciare, manipolare e uccidere.

È proprio questo uno dei paradossi più riusciti del film e uno dei passaggi che distinguono Il giorno degli zombi dagli altri capitoli della saga.


John e l’idea di lasciar perdere

John, il pilota dell’elicottero, osserva la situazione da una prospettiva diversa: non condivide l’ossessione degli scienziati per la ricerca né quella dei militari per il controllo, perché ha smesso di credere che la missione della base possa cambiare il destino del mondo. Per lui continuare a sacrificare vite nel tentativo di salvare una civiltà ormai scomparsa ha poco senso.

La sua proposta è molto più semplice: andarsene, trovare un luogo isolato e provare a vivere lontano dagli zombies e dalle strutture che stanno distruggendo gli ultimi sopravvissuti. All’inizio la sua posizione può sembrare una resa, soprattutto agli occhi di Sarah, ma nel corso del film acquista sempre più peso. John comprende che sopravvivere potrebbe significare smettere di voler ripristinare il vecchio mondo e accettare la necessità di costruirne uno diverso, anche su scala molto più piccola.


Miguel e la porta aperta agli zombies

Il percorso di Miguel accompagna il film fin dalle prime scene: è stanco, spaventato e vicino al collasso, ma la sua condizione viene trattata dagli altri soprattutto come un problema operativo. Quando viene morso durante una delle missioni e Sarah gli amputa il braccio nel tentativo di salvarlo, la sua situazione precipita.

La scelta di aprire l’accesso alla base e permettere agli zombies di entrare nasce dalla disperazione, dalla rabbia e dalla consapevolezza di non avere più nulla da perdere. Romero rende quel gesto importante perché mostra come il rifugio venga distrutto dall’interno. Gli zombies non superano le difese grazie a una strategia o a una capacità superiore; entrano perché uno degli uomini rimasti decide di consegnare loro la base.

Il fallimento, quindi, precede l’invasione e comincia quando la comunità smette di funzionare come tale.



Gli effetti di Tom Savini

Quando gli zombies invadono il bunker, Romero libera tutta la violenza che aveva trattenuto fino a quel momento. Gli effetti di Tom Savini e del suo team raggiungono uno dei vertici del cinema horror degli anni '80, con corpi squarciati, arti strappati, teste distrutte e decomposizioni realizzate con una fisicità che conserva ancora oggi gran parte della propria efficacia.

La morte di Rhodes è il punto culminante: dopo aver cercato per tutto il film di controllare gli altri attraverso le armi, finisce nelle mani degli zombies in una scena che combina brutalità, grottesco e una forma perfetta di punizione narrativa. La battuta che pronuncia mentre viene divorato aggiunge un ultimo elemento di sarcasmo, ma ciò che resta impresso è soprattutto la materialità della scena: la violenza appare sporca, pesante e concreta, lontana da qualsiasi eleganza.


Un film meno immediato di Zombi

È facile capire perché Il giorno degli zombi abbia avuto per anni un rapporto più difficile con il pubblico rispetto a Zombi. Il centro commerciale del film precedente offriva varietà, movimento e una continua alternanza tra avventura, satira e horror; qui Romero sceglie l’opposto, chiudendo quasi tutti i personaggi nello stesso spazio e lasciando che le tensioni crescano attraverso dialoghi, attriti e ripetuti scontri.

Questa struttura rende il film meno immediato, ma definisce anche la sua identità: il bunker deve essere soffocante perché rappresenta una comunità senza futuro, costretta a discutere sempre degli stessi problemi e incapace di produrre una soluzione condivisa. L’azione occupa meno spazio, ma quando arriva acquista più forza proprio perché esplode dopo una lunga accumulazione di tensione.


Il pessimismo di Romero

Se Zombi utilizzava il centro commerciale per osservare il consumismo e l’attaccamento alle abitudini della società precedente, Il giorno degli zombi concentra il proprio discorso sul fallimento delle istituzioni. Scienza e apparato militare dovrebbero rappresentare conoscenza, organizzazione e capacità di reagire alla crisi, ma finiscono per annullarsi a vicenda. Gli scienziati possiedono competenze senza avere il potere di applicarle, mentre i soldati dispongono delle armi e del controllo della base senza avere una soluzione.

Gli zombies, da questo punto di vista, diventano quasi l’elemento più semplice del film, perché hanno fame, avanzano e seguono il proprio istinto. Gli esseri umani, invece, possiedono memoria, intelligenza e capacità di scelta, ma utilizzano queste qualità per alimentare conflitti che rendono impossibile qualsiasi forma di collaborazione.

Romero continua a usare il morto vivente come uno specchio, ma qui il riflesso è ancora più amaro rispetto ai film precedenti: il mondo è già finito e chi è sopravvissuto sembra incapace di imparare qualcosa dalla sua distruzione.



Una fuga che non equivale a una vittoria

Sarah, John e McDermott riescono a scappare e raggiungono una spiaggia lontana dal bunker e anhe se l’immagine trasmette una sensazione di pace, non offre una soluzione vera, perché gli zombies continuano a esistere, la civiltà resta distrutta, nessuno ha trovato una cura e non sappiamo quanti esseri umani siano ancora vivi.

I protagonisti non hanno vinto, hanno soltanto ottenuto la possibilità di smettere di combattere una battaglia che ormai non aveva più senso.

Il finale conferma così la posizione di John: forse l’unica speranza rimasta consiste nel rinunciare all’idea di ricostruire subito ciò che è stato perduto e provare a vivere in modo diverso, lontano dalle stesse strutture che hanno continuato a produrre conflitti anche dopo la fine del mondo.


Il capitolo più cupo della trilogia

Il giorno degli zombi è il capitolo più cupo della prima trilogia di Romero e anche quello che richiede più tempo per essere apprezzato, perché mentre La notte dei morti viventi raccontava l’irruzione del caos e Zombi mostrava una società che cercava di conservare le proprie abitudini durante il crollo, qui si arriva alla fase successiva, quando resta poco da salvare e persino chi è sopravvissuto sembra aver perso la capacità di immaginare un futuro comune.

Il film possiede meno immediatezza di Night e meno libertà di Dawn, ma utilizza la propria struttura chiusa per sviluppare alcuni dei temi più interessanti della saga. Bub, Logan, Rhodes, Sarah e John rappresentano infatti modi diversi di reagire alla fine del mondo: comprenderla, controllarla, combatterla, sopportarla o accettare che il vecchio ordine sia davvero terminato.

Quando gli zombies invadono la base, la sconfitta degli uomini è già avvenuta da tempo, perché è cominciata quando gli ultimi sopravvissuti hanno smesso di considerarsi parte della stessa comunità e hanno trasformato il rifugio in un luogo dominato da paura, rivalità e desiderio di potere.

Ed è forse qui che Il giorno degli zombi esprime meglio il pensiero di Romero: i morti possono fare a pezzi i corpi, ma per distruggere ciò che resta di una civiltà bastano i vivi.


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