venerdì 30 ottobre 2026

All of Us Are Dead - Recensione della prima stagione

Il cinema e la televisione coreani hanno dimostrato più volte di saper prendere elementi molto riconoscibili dell'immaginario zombie e rielaborarli attraverso ambienti, ritmi e conflitti propri. Train to Busan aveva trasformato un viaggio in treno in una corsa disperata contro un'epidemia velocissima; Kingdom aveva portato i morti viventi nella Corea della dinastia Joseon, mescolandoli alla lotta politica e alla fame. All of Us Are Dead sceglie uno spazio ancora diverso e, almeno in apparenza, molto più ordinario: una scuola superiore.

La prima stagione, arrivata su Netflix nel 2022 e tratta dal webtoon Now at Our School, parte proprio dalla normalità scolastica, fatta di amicizie, bullismo, rivalità, amori non dichiarati e gerarchie che sembrano importantissime finché il mondo continua a funzionare. Poi l'infezione entra nell'istituto e tutto cambia nel giro di pochi minuti: le aule diventano rifugi, i corridoi si trasformano in trappole e gli stessi oggetti utilizzati ogni giorno dagli studenti acquistano un significato diverso perché possono servire a bloccare una porta, costruire una barriera o guadagnare qualche secondo prima che arrivi l'orda.

È in questa trasformazione dello spazio scolastico che All of Us Are Dead trova gran parte della propria forza, perché la serie non reinventa lo zombie, ma comprende molto bene quanto sia importante scegliere il luogo giusto nel quale rinchiuderlo insieme ai vivi.

 

Una scuola costruita per diventare una trappola

L'istituto di Hyosan funziona quasi come un piccolo universo autosufficiente: ci sono aule, laboratori, mensa, palestra, biblioteca, tetto e numerosi corridoi che collegano ambienti apparentemente familiari, ma che con l'arrivo dell'epidemia diventano un sistema di percorsi da attraversare, difendere o evitare.

La serie sfrutta questa geografia con intelligenza: i ragazzi non possono semplicemente uscire dalla scuola e correre verso la salvezza, perché ogni spostamento richiede un piano e ogni piano può essere distrutto dalla quantità e dalla velocità degli infetti. Passare da una stanza all'altra assume quindi il peso che in altri racconti avrebbe l'attraversamento di una città.

È una scelta che aiuta anche a contenere la scala della storia durante buona parte della stagione. Sappiamo che l'epidemia ha superato i confini dell'istituto e che Hyosan sta affrontando una crisi molto più ampia, ma l'esperienza dei protagonisti rimane legata a pochi metri di corridoio, alle finestre, alle porte e alle stanze nelle quali cercano di resistere.

Questa limitazione rende l'apocalisse più concreta, perché gli studenti possono vedere il mondo esterno, ma non possono raggiungerlo, mentre gli adulti che dovrebbero intervenire sembrano sempre troppo lontani.


 

Zombies veloci, aggressivi e difficili da controllare

Gli infetti di All of Us Are Dead appartengono alla tradizione dello zombie rapido che il cinema degli ultimi decenni ha reso familiare. Si muovono con violenza, reagiscono al rumore e trasformano ogni spazio affollato in pochi istanti.

Personalmente continuo a preferire il morto vivente lento della tradizione romeriana, perché la sua forza nasce dal numero e dall'inevitabilità più che dalla velocità. In questo caso, però, la scelta funziona con l'ambiente. Dentro una scuola piena di scale, corridoi stretti, porte e studenti ammassati, creature lente avrebbero prodotto un tipo di tensione molto diverso; la furia degli infetti permette invece alla serie di costruire esplosioni improvvise di caos nelle quali basta un errore per compromettere la sicurezza di un intero gruppo.

Anche il lavoro fisico sugli zombies contribuisce molto al risultato: i corpi si piegano, scattano, cadono e si rialzano con movimenti innaturali che rendono la trasformazione riconoscibile ancora prima che il trucco entri davvero in primo piano. Il contagio si diffonde attraverso una violenza quasi incontrollabile e le grandi scene collettive sono tra i momenti migliori della stagione.

Dove la serie perde qualcosa è nella ripetizione, perché dodici episodi di circa un'ora sono molti per una storia costruita intorno a un assedio e, dopo un certo numero di fughe, porte bloccate e attraversamenti disperati, alcune situazioni iniziano a ricordarne altre viste poco prima.

 

Adolescenti prima ancora che sopravvissuti

La scelta di avere protagonisti così giovani permette ad All of Us Are Dead di distinguersi da molti altri prodotti zombie, ma rappresenta anche uno dei suoi limiti.

Nam On-jo, Lee Cheong-san, Choi Nam-ra, Lee Su-hyeok e gli altri non diventano improvvisamente adulti solo perché il mondo intorno a loro sta crollando. Continuano a portarsi dietro simpatie, gelosie, vecchi rancori, insicurezze e dinamiche nate prima dell'epidemia, e questa continuità rende credibili molti dei loro comportamenti, perché l'apocalisse non cancella ciò che erano poche ore prima.

Il problema nasce quando la componente adolescenziale occupa troppo spazio proprio nei momenti in cui la situazione richiederebbe maggiore urgenza. La serie tende a insistere su alcune relazioni sentimentali e su certi conflitti, rallentando un racconto che avrebbe potuto essere più compatto. Non è un difetto dell'idea in sé: raccontare ragazzi significa anche raccontare il loro modo di vivere sentimenti e rapporti. Sono la quantità e la durata di alcune scene a rendere evidente la natura da teen drama della produzione.

Nei momenti migliori, però, questa componente permette di osservare l'apocalisse da un punto di vista meno preparato e più fragile. Questi ragazzi non sono soldati, medici o survivalisti. Devono inventare soluzioni usando ciò che conoscono e ciò che trovano dentro una scuola.


 

Cheong-san e On-jo, il cuore più tradizionale della storia

Tra i numerosi personaggi, Cheong-san e On-jo costituiscono il centro emotivo più riconoscibile della stagione. Il rapporto tra i due appartiene alla vita precedente all'epidemia e proprio per questo continua a esistere anche mentre tutto il resto scompare.

Cheong-san è uno dei personaggi che funzionano meglio perché la serie gli permette di passare dall'adolescente ordinario al ragazzo costretto a prendere decisioni sempre più difficili senza trasformarlo in un eroe d'azione. Mantiene paure, esitazioni e legami personali, ma cresce dentro la crisi.

On-jo svolge un ruolo diverso. Possiede alcune conoscenze utili grazie al padre soccorritore, ma il suo peso nel gruppo dipende soprattutto dalla capacità di mantenere legami tra persone che, sotto pressione, tendono a dividersi. La serie torna più volte sull'importanza del gruppo e sulla necessità di non lasciare indietro nessuno, anche se proprio questa idea viene messa continuamente alla prova.

La loro relazione corre per tutta la stagione senza diventare l'unico motore della storia, e funziona meglio proprio nei momenti in cui resta sullo sfondo delle necessità immediate.

 

Nam-ra, Su-hyeok e il confine che comincia a cambiare

Nam-ra parte da una posizione quasi opposta rispetto a quella di molti compagni: è la rappresentante di classe, intelligente e distante, presente nel gruppo senza sentirsi davvero parte di esso. L'epidemia la costringe a entrare in rapporti che prima poteva evitare e il suo percorso diventa uno dei più interessanti della stagione.

Il legame con Su-hyeok contribuisce a questo cambiamento, ma la parte migliore del personaggio emerge quando All of Us Are Dead comincia a interrogarsi sul confine tra infetto e essere umano.

È un terreno già esplorato molte volte dal genere, ma qui acquista un'importanza crescente perché modifica le regole che i protagonisti credevano di aver compreso. Il virus non produce sempre conseguenze identiche e la distinzione tra vivi e morti smette di essere semplice.

La serie utilizza questa ambiguità anche per porre una domanda che va oltre la sopravvivenza immediata: quanto basta essere diversi perché gli altri inizino a considerarci una minaccia?

Nam-ra diventa così qualcosa di più di uno dei personaggi del gruppo e prepara una delle direzioni narrative più interessanti per ciò che verrà dopo.


 

Gwi-nam e il rischio di avere un antagonista troppo insistente

Yoon Gwi-nam rappresenta invece il volto umano della violenza già presente nella scuola prima dell'arrivo degli zombies. Bullismo, sopraffazione e desiderio di potere non nascono con l'epidemia; il collasso elimina soltanto buona parte delle regole che li contenevano.

L'idea funziona perché All of Us Are Dead evita di sostenere che i morti siano l'unico problema. Come accade spesso nel genere, alcuni esseri umani diventano più pericolosi proprio quando la società perde la capacità di imporre conseguenze alle loro azioni.

Gwi-nam, però, viene utilizzato così tanto da perdere parte della sua efficacia. Il conflitto personale con Cheong-san torna più volte e, dopo un certo punto, assume quasi la struttura di uno scontro destinato a ripetersi finché la sceneggiatura ne ha bisogno.

È uno dei casi in cui la durata della stagione si fa sentire. Un antagonista capace di apparire nei momenti giusti avrebbe mantenuto maggiore forza; la sua presenza continua finisce invece per rendere prevedibili alcune situazioni.

Rimane comunque un personaggio importante perché incarna un concetto che attraversa tutta la serie: l'epidemia amplifica ciò che esisteva già nelle persone.

 

Il bullismo non è soltanto un elemento di contorno

La nascita stessa dell'epidemia è legata a una storia di bullismo e al tentativo disperato di un padre di rendere il proprio figlio abbastanza forte da reagire alle violenze subite.

Questa origine potrebbe sembrare eccessiva, ma permette alla serie di collegare il virus a un problema che apparteneva alla scuola molto prima dell'arrivo degli infetti. La rabbia, la paura e l'incapacità delle istituzioni di proteggere chi è più debole fanno parte del terreno sul quale nasce la catastrofe.

Non tutto viene sviluppato con la stessa precisione e in alcuni passaggi la metafora è piuttosto esplicita, ma l'idea rimane interessante perché evita di presentare l'epidemia come un incidente completamente estraneo alla comunità colpita.

La scuola non viene distrutta da qualcosa che arriva soltanto dall'esterno, perché una parte del disastro nasce dentro di essa.


 

Gli adulti e una risposta che arriva sempre troppo tardi

Mentre gli studenti cercano di sopravvivere nell'istituto, All of Us Are Dead allarga la prospettiva mostrando genitori, soccorritori, polizia, esercito e autorità impegnati a comprendere l'epidemia.

Queste linee narrative servono a evitare che la scuola diventi un ambiente isolato dal resto del mondo e mostrano quanto rapidamente la crisi superi la capacità di risposta ordinaria. La città viene sottoposta a misure sempre più dure e l'emergenza sanitaria assume presto anche una dimensione militare.

Il contrasto con ciò che accade agli studenti è efficace, perché da una parte ci sono strutture che cercano dati, protocolli e soluzioni; dall'altra un gruppo di ragazzi che ha bisogno di qualcosa di molto più semplice: qualcuno che venga a prenderli.

La serie è spesso severa verso gli adulti e le istituzioni, ma evita di ridurre tutto a incompetenza. Molte decisioni derivano dalla mancanza di informazioni e dalla paura che salvare poche persone possa mettere in pericolo molte altre.

È uno degli aspetti nei quali All of Us Are Dead si avvicina alla tradizione migliore del genere, perché il vero conflitto non riguarda soltanto come uccidere gli zombies, ma quali scelte restino accettabili quando non esistono più soluzioni prive di conseguenze.

 

Dodici episodi sono troppi?

Il limite principale della prima stagione rimane la durata, perché All of Us Are Dead possiede abbastanza personaggi e sottotrame da sostenere un racconto ampio, ma dodici episodi portano la serie a ripetere alcuni meccanismi. Un rifugio diventa insicuro, viene elaborato un piano, il gruppo attraversa un'altra zona dell'edificio, qualcuno rimane separato dagli altri e nasce un nuovo ostacolo.

Le variazioni funzionano per buona parte della stagione, ma non sempre bastano a nascondere la struttura. Anche i rapporti sentimentali e i conflitti personali occupano più spazio di quanto sarebbe necessario, mentre alcune linee esterne alla scuola interrompono il ritmo senza avere la stessa forza degli eventi principali. Con due o tre episodi in meno la serie avrebbe probabilmente guadagnato tensione e compattezza.

Questo non significa che le dodici ore siano prive di idee. Al contrario, All of Us Are Dead continua a introdurre personaggi, sviluppi e variazioni sul virus, ma proprio l'abbondanza impedisce a volte di distinguere ciò che è davvero necessario da ciò che serve soprattutto a prolungare il percorso verso il finale.


 

Una serie zombie che sa sfruttare la propria identità coreana

Il successo di All of Us Are Dead non dipende soltanto dagli zombies, perché come Train to Busan e Kingdom, la serie utilizza il genere senza cercare di imitare un modello americano.

La scuola coreana, il rapporto con l'autorità, la pressione sugli studenti, il bullismo e le dinamiche tra compagni danno alla storia un'identità precisa. Il racconto potrebbe essere trasportato in un altro paese, ma perderebbe una parte importante del proprio carattere.

Anche il modo in cui melodramma e horror convivono appartiene a una tradizione televisiva nella quale il passaggio tra registri molto diversi viene accettato con maggiore libertà. A volte questo equilibrio funziona, altre volte produce scene più insistite di quanto avrebbero bisogno, ma impedisce alla serie di sembrare un semplice esercizio sul genere. Gli zombies sono familiari, ma il mondo nel quale vengono liberati lo è molto meno.

 

Una prima stagione imperfetta ma difficile da abbandonare

All of Us Are Dead non raggiunge, per me, la compattezza di Train to Busan né l'eleganza con cui Kingdom fonde zombie, storia e politica. La durata eccessiva, alcune ripetizioni e una componente teen che ogni tanto prende troppo spazio impediscono alla prima stagione di mantenere sempre la stessa tensione.

Eppure possiede abbastanza qualità da rendere difficile interromperne la visione: la scuola è un'ambientazione eccellente, le sequenze con grandi quantità di infetti sono costruite bene, diversi personaggi acquistano peso con il procedere degli episodi e le variazioni introdotte nella natura del contagio permettono alla storia di allontanarsi dal semplice assedio iniziale.

Soprattutto, la serie comprende una delle regole più importanti della narrativa zombie: l'epidemia funziona meglio quando costringe i personaggi a rivelare ciò che erano già. Alcuni diventano più coraggiosi, altri più egoisti, qualcuno scopre di appartenere a un gruppo solo dopo aver rischiato di perderlo, mentre chi esercitava violenza prima dell'apocalisse trova nel caos un ambiente nel quale continuare a farlo senza più limiti.

Gli zombies occupano i corridoi della scuola, ma All of Us Are Dead sa che il vero materiale narrativo rimane dentro le persone che cercano di attraversarli. Ed è proprio lì che la prima stagione trova le sue idee migliori.


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