martedì 1 settembre 2026

The Walking Dead: quando ha cominciato a perdere la sua identità?

Quando The Walking Dead arrivò in televisione nel 2010, pochi avrebbero potuto prevedere le dimensioni che avrebbe raggiunto il fenomeno. Tratta dal fumetto creato da Robert Kirkman, la serie partiva da una premessa classica del cinema apocalittico: un uomo si risveglia in un mondo devastato e scopre che i morti hanno cominciato a camminare. Ma già dai primi episodi fu chiaro che gli zombies sarebbero stati soltanto una parte del racconto. Al centro c'erano Rick Grimes e gli altri sopravvissuti, costretti a confrontarsi non solo con i vaganti, ma con la perdita delle persone amate, il progressivo crollo delle regole sociali e la necessità di decidere fino a che punto spingersi pur di restare vivi. 

Quello che poteva sembrare un prodotto destinato soprattutto agli appassionati dell'horror si trasformò nel giro di poche stagioni in uno dei maggiori fenomeni televisivi del decennio. Alla quarta stagione, la première raggiunse 16,1 milioni di spettatori negli Stati Uniti, conquistando anche il primato tra i programmi televisivi nella fascia 18-49 anni; AMC avrebbe poi definito The Walking Dead la serie con gli ascolti più alti nella storia della televisione via cavo americana. Tuttavia, proprio il successo crescente avrebbe finito per trasformare anche la serie stessa, così The Walking Dead delle ultime stagioni era molto diversa da quella che aveva conquistato il pubblico all'inizio. Ma quando è cominciato davvero questo cambiamento?



Quando gli zombies facevano davvero paura

Nelle prime stagioni di The Walking Dead i vaganti non erano soltanto una presenza costante, ma rappresentavano una minaccia capace di condizionare ogni scelta dei protagonisti. Bastava entrare in una città, percorrere una strada apparentemente deserta o cercare qualche provvista perché una situazione ordinaria potesse trasformarsi in una trappola. La prima stagione, composta da appena sei episodi, sfruttava questa sensazione di precarietà con particolare efficacia: Rick arrivava ad Atlanta senza conoscere davvero ciò che lo aspettava e finiva circondato da una massa di morti viventi, mentre il piccolo gruppo di sopravvissuti viveva in un accampamento improvvisato che poteva essere attaccato in qualsiasi momento.

A rendere efficace quella fase della serie contribuiva soprattutto l'incertezza: i personaggi non conoscevano ancora le regole del nuovo mondo e neppure lo spettatore sapeva quale direzione avrebbe preso la storia. Non esistevano grandi comunità organizzate, eserciti improvvisati o insediamenti protetti da mura: c'erano poche persone alla ricerca di un luogo sicuro, costrette a imparare giorno dopo giorno come sopravvivere. Lo stesso viaggio verso il CDC nasceva dalla speranza che potesse ancora esistere una spiegazione, forse persino una soluzione, prima che il finale della prima stagione cancellasse buona parte di quelle illusioni.

Ma la paura non dipendeva soltanto dal numero degli zombies, perché la regia e la costruzione delle sequenze insistevano sul silenzio, sugli spazi vuoti e sull'attesa. Il risveglio di Rick nell'ospedale abbandonato, le strade disseminate di cadaveri e l'ingresso in una Atlanta apparentemente deserta restano tra le immagini che hanno definito l'identità iniziale della serie. Frank Darabont, che sviluppò The Walking Dead per la televisione e scrisse e diresse il primo episodio, costruì il pilot come un vero racconto horror post-apocalittico, nel quale il mondo conosciuto era già scomparso prima ancora che il protagonista potesse comprenderne le ragioni.

Con il passare delle stagioni quella paura non sarebbe scomparsa, ma avrebbe cambiato forma. I morti avrebbero continuato a camminare, mentre il pericolo più importante sarebbe diventato sempre più quello rappresentato dai vivi. Ed è proprio in questa trasformazione che si trova una delle chiavi per capire quando The Walking Dead abbia cominciato ad allontanarsi dalla propria identità originaria.




Dalla sopravvivenza alla guerra tra comunità

Nelle prime stagioni il problema principale era trovare un rifugio, procurarsi cibo e medicinali e riuscire a superare il giorno successivo. Con il passare del tempo, però, The Walking Dead cominciò a spostare il proprio centro narrativo. Gli zombies rimasero una minaccia costante, ma sempre più spesso il vero pericolo arrivava dagli altri sopravvissuti. Il Governatore, Terminus, i Salvatori e in seguito il Commonwealth trasformarono la serie da racconto di sopravvivenza a conflitto tra gruppi organizzati, ciascuno con proprie regole, gerarchie e territori da difendere.

Non si trattò di un cambiamento improvviso, perché già il fumetto di Robert Kirkman aveva posto al centro della storia il comportamento degli esseri umani dopo il crollo della società, e la serie televisiva seguì quella direzione. Il problema fu piuttosto il peso assunto nel tempo da queste dinamiche: se all'inizio l'incontro con un altro gruppo poteva rappresentare un'incognita inserita dentro un mondo dominato dai morti, nelle stagioni successive le comunità divennero il vero motore della narrazione. Alexandria, Hilltop, il Regno e il Santuario non erano più semplici rifugi, ma realtà politiche con alleanze, rivalità e guerre.

Questa evoluzione permise alla serie di ampliare il proprio universo e di introdurre conflitti più complessi, ma modificò anche il modo in cui veniva percepita l'apocalisse. I vaganti finirono spesso per trasformarsi in uno strumento narrativo: un ostacolo da utilizzare contro il nemico, una massa da deviare oppure una minaccia che diventava davvero pericolosa soltanto quando rompeva un equilibrio già esistente. Il terrore dell'ignoto lasciava così spazio a una dimensione più strategica, nella quale i protagonisti avevano imparato non solo a convivere con i morti, ma persino a sfruttarne la presenza.

È probabilmente questo uno dei primi segnali della trasformazione di The Walking Dead. Il mondo non faceva più paura perché era sconosciuto: faceva paura per quello che gli uomini erano diventati al suo interno. E quando la guerra tra comunità cominciò a occupare intere stagioni, la distanza rispetto alla serie delle origini divenne sempre più evidente.


Negan e il punto di svolta

L'arrivo di Negan rappresenta uno dei passaggi più importanti nella storia di The Walking Dead, perché il personaggio aveva tutte le caratteristiche per rilanciare la serie: carisma, brutalità, ironia e un potere costruito sulla paura. Il suo ingresso, preparato per tutta la seconda metà della sesta stagione, portò però con sé anche alcuni dei problemi che avrebbero segnato il periodo successivo.

Il finale della sesta stagione ne è l'esempio più evidente: dopo una lunga costruzione, la puntata si chiuse senza mostrare l'identità della vittima di Lucille, rimandando la risposta all'inizio della stagione seguente. Fu una scelta pensata per creare attesa, ma contribuì anche alla sensazione che la serie stesse iniziando a privilegiare il colpo di scena e il rinvio rispetto allo sviluppo del racconto. Quando la settima stagione rivelò la morte di Abraham e Glenn, The Walking Dead raggiunse uno dei suoi momenti più duri e discussi.

Il problema, però, non fu Negan in sé. Il conflitto con i Salvatori offriva materiale narrativo forte e Jeffrey Dean Morgan diede al personaggio una presenza capace di dominare molte scene. A pesare fu soprattutto la durata dello scontro. La guerra contro Negan occupò due stagioni, con numerosi episodi dedicati a singoli gruppi, spostamenti tra comunità e preparativi per battaglie che spesso arrivavano solo dopo lunghe attese. Il ritmo si fece più dilatato e la trama principale procedeva a piccoli passi.

Anche la struttura del cast cambiò: il gruppo che nelle prime stagioni condivideva quasi sempre lo stesso percorso venne diviso tra Alexandria, Hilltop, il Regno e il Santuario. Questa scelta consentì di ampliare il mondo della serie, ma ridusse il tempo dedicato ai rapporti tra molti dei personaggi storici. Alcuni protagonisti potevano sparire per diverse puntate prima di tornare al centro della storia, mentre nuovi personaggi e nuove comunità continuavano ad aggiungersi.

È in questa fase che, per una parte del pubblico, The Walking Dead cominciò a mostrare i primi segni di stanchezza. Non perché gli zombies fossero passati in secondo piano (il confronto con altri esseri umani era sempre stato uno dei temi fondamentali della serie) ma perché il racconto iniziava ad apparire più dispersivo. La tensione non nasceva più tanto dal bisogno di scoprire cosa sarebbe successo, quanto dall'attesa che una storia già avviata arrivasse al proprio punto di svolta.

Negan, quindi, non segnò la fine dell'identità di The Walking Dead, segnò piuttosto il momento in cui alcuni meccanismi che avevano contribuito al successo della serie iniziarono a mostrare i propri limiti.



L'uscita di Rick e la perdita del centro della serie

Per otto stagioni Rick Grimes era stato il punto di riferimento di The Walking Dead. Anche quando la storia si allargava ad altri personaggi e comunità, il suo percorso continuava a fornire una direzione al racconto. Le sue decisioni, i suoi errori e il rapporto con gli altri sopravvissuti rappresentavano il filo che univa le diverse fasi della serie.

La sua uscita di scena, nella nona stagione, modificò quindi un equilibrio costruito fin dal primo episodio. The Walking Dead non perse soltanto il protagonista principale: perse il personaggio attraverso cui lo spettatore aveva scoperto quel mondo. Rick era stato il punto di ingresso nell'apocalisse, l'uomo che si era risvegliato quando tutto era già accaduto e aveva imparato a sopravvivere insieme al pubblico.

Dopo la sua scomparsa, la serie scelse una struttura più corale. Daryl, Carol, Michonne e gli altri personaggi storici acquisirono maggiore spazio, mentre nuove figure entrarono nel gruppo. Il cambiamento permise di aprire nuove linee narrative, ma rese anche più difficile individuare un vero centro emotivo. Nessun personaggio assunse fino in fondo il ruolo che Rick aveva ricoperto per anni.

Questo non significa che le stagioni successive fossero prive di idee. L'introduzione dei Sussurratori, per esempio, riportò nella serie una forma di minaccia capace di mescolare esseri umani e zombies e contribuì a recuperare parte della tensione che si era affievolita durante la guerra contro i Salvatori. Il racconto, però, aveva ormai cambiato struttura.

L'assenza di Rick rese più evidente qualcosa che era già iniziato in precedenza: The Walking Dead non era più la storia di un uomo e del gruppo costruito attorno a lui, ma quella di un insieme di comunità e personaggi destinati a condividere lo stesso universo. La serie guadagnò ampiezza, ma perse una parte della propria compattezza.

Ed è proprio da quel momento che la domanda sull'identità di The Walking Dead diventa ancora più difficile da evitare.


The Walking Dead era davvero diventata un'altra serie?

Nelle ultime stagioni The Walking Dead aveva ormai assunto una fisionomia molto diversa da quella dell'esordio. Il viaggio di un piccolo gruppo alla ricerca di un luogo sicuro aveva lasciato spazio a un mondo composto da insediamenti stabili, reti commerciali, eserciti e strutture politiche. Il Commonwealth portò questa trasformazione al punto più alto: non più una comunità nata per resistere all'apocalisse, ma una società con decine di migliaia di abitanti, classi sociali, istituzioni e conflitti interni.

Era una scelta coerente con l'evoluzione della storia, perché dopo tanti anni, sarebbe stato poco credibile vedere i protagonisti ancora impegnati solo a trovare cibo o a fuggire da un'orda. La serie cercò quindi nuovi interrogativi: che tipo di società può nascere dopo la fine del vecchio mondo? Chi detiene il potere? E quanto delle ingiustizie del passato finisce per sopravvivere insieme agli esseri umani?

Il prezzo di questa evoluzione fu però la perdita di una parte del fascino originario: gli zombies facevano ormai parte del paesaggio e i personaggi conoscevano le loro abitudini, sapevano come affrontarli e disponevano di comunità in grado di organizzare la difesa. L'incontro con un morto non aveva più lo stesso peso che possedeva quando Rick usciva dall'ospedale o attraversava Atlanta senza sapere cosa avrebbe trovato dietro l'angolo.

La serie provò anche a restituire pericolosità agli zombies introducendo nuove situazioni e, verso la conclusione, esemplari capaci di mostrare comportamenti insoliti. Il tentativo, però, arrivava quando il cuore del racconto si era già spostato altrove. A dominare erano i rapporti di potere, gli equilibri tra comunità e il destino dei personaggi rimasti.

Dire che The Walking Dead fosse diventata «un'altra serie» sarebbe forse eccessivo, perché i suoi temi di fondo (sopravvivenza, perdita, morale e conflitto tra esseri umani) erano ancora presenti, però era cambiata la prospettiva: all'inizio osservavamo persone comuni alle prese con la fine del mondo; alla fine osservavamo sopravvissuti esperti che cercavano di costruirne uno nuovo.

Ed è forse proprio questa distanza tra le due immagini a spiegare perché molti spettatori abbiano continuato a riconoscere The Walking Dead, pur senza ritrovare più le stesse sensazioni degli inizi.


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