Quando Dawn of the Dead arrivò in Italia nel 1978 con il titolo Zombi, trovò un terreno pronto a trasformarne il successo in qualcosa di diverso. Il cinema di genere italiano aveva già una lunga tradizione di imitazioni, variazioni e contaminazioni, capace di assorbire un modello straniero e restituirlo in forme spesso più estreme, più sporche e meno disciplinate.
Lo zombie diventò così uno dei simboli di quella stagione. Tra la fine degli anni ‘70 e la prima metà degli ‘80 nacque una produzione che prese le regole stabilite da Romero e le piegò alle esigenze dell’horror italiano, mescolando morti viventi, atmosfere gotiche, splatter, esotismo, contaminazioni fantascientifiche e una violenza visiva che raramente cercava moderazione.
Lucio Fulci fu il nome principale, ma attorno a lui si mossero registi come Umberto Lenzi, Bruno Mattei, Andrea Bianchi e Claudio Fragasso. Molti anni dopo Michele Soavi avrebbe raccolto parte di quell’eredità con Dellamorte Dellamore, realizzando uno degli ultimi grandi zombie movie italiani prima che quella stagione diventasse soprattutto memoria.
Zombi 2 e la nascita di una strada italiana
Il punto di partenza inevitabile è Zombi 2.
Il film di Lucio Fulci uscì nel 1979 e sfruttò nel titolo italiano il successo di Zombi di Romero, anche se la storia possiede un’identità autonoma. L’operazione commerciale era evidente, ma il risultato andò oltre il semplice tentativo di imitazione.
Fulci spostò l’azione lontano dai centri commerciali e dalle periferie americane, portando i morti viventi su un’isola tropicale dove superstizione, decomposizione e paura convivono dentro un’atmosfera quasi da incubo.
Gli zombies di Zombi 2 hanno un aspetto diverso da quelli di Romero, perché sono corpi devastati dalla putrefazione, ricoperti di terra e vermi, con volti che sembrano già appartenere al sottosuolo. Ogni apparizione insiste sulla materia del cadavere, sulla carne che si rompe e sulla trasformazione del corpo.
È qui che il cinema zombie italiano comincia a trovare una propria voce: la componente sociale di Romero passa in secondo piano e lascia spazio alla fisicità dell’orrore, mentre il morto vivente diventa soprattutto un’immagine di decomposizione, qualcosa che deve essere mostrato da vicino e reso quasi tangibile.
Lucio Fulci oltre Zombi 2
Ridurre il contributo di Fulci a Zombi 2 significherebbe però perdere una parte importante del suo rapporto con il tema dei morti, perché tra il 1980 e il 1981 il regista realizza Paura nella città dei morti viventi, ...E tu vivrai nel terrore! L’aldilà e Quella villa accanto al cimitero, tre film spesso associati tra loro per la presenza di porte verso l’aldilà , ritorni dei morti e una logica narrativa dominata dall’incubo.
Qui lo zombie smette di essere soltanto il prodotto di un’epidemia e Fulci introduce elementi soprannaturali, dimensioni infernali e immagini che seguono più la logica del sogno che quella della spiegazione razionale. I morti possono tornare perché qualcosa nel confine tra vita e morte si è spezzato, mentre i personaggi si muovono in ambienti nei quali ogni tentativo di comprendere ciò che accade arriva troppo tardi.
È una differenza fondamentale rispetto al modello americano, perché mentre Romero costruisce mondi che conservano una propria coerenza interna anche durante il collasso, Fulci sembra più interessato a distruggere quella coerenza, lasciando che l’orrore invada la realtà fino a renderla incomprensibile.
Quando gli zombie cominciano a correre
Nel 1980 Umberto Lenzi dirige Incubo sulla città contaminata, uno dei film più curiosi dell’intera stagione.
Le creature che invadono la città hanno poco in comune con il morto vivente classico, perché sono aggressive, veloci, capaci di usare strumenti e mosse da una fame di sangue che le avvicina più a esseri contaminati che a cadaveri rianimati.
È proprio questa distanza dal modello di Romero che rende il film interessante. Molti anni prima che 28 giorni dopo riportasse al centro del genere esseri infetti e rapidissimi, Lenzi costruiva già un’apocalisse dominata da avversari capaci di correre, organizzare attacchi e travolgere le difese umane.
Chiamarli zombies in senso stretto resta discutibile, ma Incubo sulla città contaminata mostra bene quanto il cinema italiano fosse disposto a modificare le regole pur di trovare immagini nuove: l’obiettivo era meno la purezza del genere e più l’efficacia dello spettacolo.
Le notti del terrore e l’horror senza freni
Un altro titolo fondamentale è Le notti del terrore di Andrea Bianchi, uscito nel 1981.
Qui l’influenza del cinema zombie è evidente, ma viene inserita dentro un’atmosfera che conserva qualcosa dell’horror gotico italiano. Una villa isolata, un gruppo di personaggi intrappolati e morti che emergono dalle tombe costruiscono una struttura semplice, quasi essenziale.
Il film punta soprattutto sull’assedio e sulla presenza fisica degli zombies: le creature sono lente, deteriorate e persistenti, mentre la narrazione cerca poche deviazioni dal confronto diretto tra vivi e morti. Il risultato è rozzo in diversi passaggi, ma possiede proprio quella libertà che caratterizza molte produzioni italiane del periodo.
Le notti del terrore appartiene a un cinema che cerca immagini forti prima ancora della perfezione narrativa, e alcune di quelle immagini sono rimaste più a lungo nella memoria degli appassionati di quanto la qualità tecnica del film avrebbe fatto immaginare.
Bruno Mattei e l’apocalisse come accumulo
Con Virus – L’inferno dei morti viventi, Bruno Mattei porta lo zombie dentro un cinema ancora più contaminato.
Il film mescola epidemia, militari, laboratori, giungla, violenza e immagini documentarie, costruendo un’apocalisse che sembra procedere per accumulo. Le influenze di Romero sono visibili, così come la volontà di inserirsi nel filone nato dopo il successo internazionale di Zombi e Zombi 2.
Pur non possedendo la forza visiva di Fulci, Mattei rappresenta bene un altro lato del cinema di genere italiano: quello della produzione veloce, capace di prendere elementi riconoscibili dal mercato e combinarli senza preoccuparsi troppo della purezza stilistica.
Il risultato può apparire caotico, ma proprio quel caos racconta molto dell’epoca in cui lo zombie era diventato un linguaggio disponibile, una creatura che poteva entrare nel film d’avventura, nel thriller militare, nell’horror esotico e nella fantascienza senza perdere la propria riconoscibilità .
Il corpo come vero protagonista
Una delle caratteristiche che accomuna gran parte di questi film è l’attenzione per il corpo.
Nel cinema zombie italiano il cadavere raramente rimane sullo sfondo. La macchina da presa si avvicina alle ferite, agli occhi, alle mascelle e alla carne lacerata, così la decomposizione diventa parte dello spettacolo e gli effetti speciali assumono un peso quasi pari a quello dei personaggi.
Questo approccio raggiunge uno dei suoi punti più alti con Fulci, ma attraversa buona parte della produzione del periodo, caratterizzata, appunto, da una violenza che ha spesso una durata maggiore di quella necessaria alla semplice comprensione della scena. L’immagine insiste, costringe lo spettatore a guardare e trasforma il corpo umano in materia fragile.
È uno dei motivi per cui molti zombie movie italiani hanno conservato una loro identità anche dopo l’invecchiamento degli effetti: dietro la tecnica artigianale resta un’idea molto precisa dell’orrore, basata sulla distruzione fisica.
Il declino del filone
Come molti cicli del cinema di genere italiano, anche quello zombie cominciò a consumarsi presto, tanto che durante gli anni ‘80 il numero delle produzioni diminuì e la qualità media diventò più irregolare. Il genere continuò a produrre titoli come Zombi 3, iniziato da Fulci e completato con il contributo di Bruno Mattei e Claudio Fragasso, ma l’energia dei primi anni appariva ormai più difficile da ritrovare.
Il problema riguardava l’intero sistema produttivo, perché il cinema italiano di genere stava perdendo gli spazi che gli avevano permesso per decenni di realizzare western, polizieschi, horror e fantascienza destinati anche al mercato internazionale. Budget ridotti, distribuzione più difficile e cambiamenti nelle abitudini del pubblico ridussero progressivamente quel mondo, così lo zombie sopravvisse, ma smise di essere uno dei suoi motori principali.
Dellamorte Dellamore e la fine di un’epoca
Nel 1994 Michele Soavi dirige Dellamorte Dellamore, tratto dal romanzo di Tiziano Sclavi, e porta il morto vivente italiano in una direzione ancora diversa.
Francesco Dellamorte lavora come custode del cimitero di Buffalora, dove i morti hanno l’abitudine di tornare in vita pochi giorni dopo la sepoltura. Per lui eliminarli è quasi una mansione ordinaria, parte di un lavoro che svolge con una stanchezza vicina all’indifferenza.
Da questa premessa nasce un film difficile da rinchiudere in una sola categoria: ci sono zombies, gore e humour nero, ma anche romanticismo, malinconia e riflessioni sulla morte, sull’identità e sull’impossibilità di distinguere con certezza la realtà dall’assurdo.
Soavi raccoglie parte dell’eredità dell’horror italiano e la trasforma, così gli gli zombies restano corpi da distruggere, ma smettono di essere il centro del problema. La vera inquietudine nasce dalla vita di Francesco, dalla sua incapacità di uscire dal proprio mondo e dal confine sempre più fragile tra chi respira e chi è già morto.
Da Romero a qualcosa di diverso
Il rapporto tra il cinema zombie italiano e George A. Romero è impossibile da ignorare, perché senza il successo di Zombi, probabilmente la stagione iniziata con Zombi 2 avrebbe avuto una forma diversa, oppure non sarebbe esistita nello stesso modo.
Eppure parlare soltanto di imitazione sarebbe riduttivo, poiché i registi italiani presero un modello americano e lo modificarono secondo una tradizione già abituata a contaminare i generi.
Fulci trasformò lo zombie in decomposizione e incubo; Lenzi lo rese veloce e aggressivo; Mattei lo inserì dentro un’apocalisse costruita con elementi diversi; Andrea Bianchi lo riportò verso l’assedio gotico e Soavi lo utilizzò per raccontare qualcosa di molto più ambiguo della semplice sopravvivenza.
Il risultato fu un filone irregolare, spesso povero di mezzi e talvolta privo di equilibrio, ma anche capace di creare immagini impossibili da confondere con quelle di qualsiasi altra cinematografia.
Un’eredità ancora oggi riconoscibile
Oggi molti di questi film vengono riscoperti proprio per le caratteristiche che un tempo erano considerate difetti: la libertà narrativa, gli effetti artigianali, gli eccessi, le atmosfere e la mancanza di prudenza appartengono a un modo di fare cinema quasi scomparso.
Non tutti i titoli della stagione hanno lo stesso valore, e accanto a opere diventate classici esistono produzioni che funzionano soprattutto come testimonianza di un periodo. Nel complesso, però, il cinema zombie italiano ha lasciato un’impronta precisa, dimostrando che il morto vivente poteva sopravvivere al modello creato da Romero e assumere forme diverse, passando dall’isola tropicale di Zombi 2 alle città contaminate di Lenzi, dalle ville assediate ai laboratori militari, fino al cimitero surreale di Dellamorte Dellamore.
Per poco più di un decennio l’Italia è stata uno dei luoghi nei quali il cinema zombie ha osato di più, spesso con pochi soldi e parecchi eccessi ed è proprio quella combinazione, nel bene e nel male, ad aver reso quella stagione irripetibile.



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