Ogni epoca ha avuto le proprie paure: guerre, epidemie, crisi economiche, disastri naturali, terrorismo, cambiamenti climatici e, più di recente, l'intelligenza artificiale. Da oltre un secolo il cinema raccoglie queste inquietudini, le amplifica e le trasforma in storie capaci di affascinare milioni di spettatori.
Tra tutti i generi, uno continua a esercitare un richiamo particolare: quello post-apocalittico. Non importa quale sia la causa della catastrofe, può trattarsi di una guerra nucleare, di un virus, di un'invasione aliena o del collasso della civiltà, ciò che conta è osservare cosa rimane dell'uomo quando il mondo che conosce è ormai scomparso. Ed è proprio questo il motivo per cui questi film continuano a conquistarci, perché la fine del mondo è solo l'inizio.
Quando si parla di cinema post-apocalittico si pensa subito a città distrutte, paesaggi desertici e piccoli gruppi di sopravvissuti. In realtà questi elementi rappresentano soltanto la superficie. La vera domanda che ogni grande film del genere pone è molto più semplice e allo stesso tempo molto più inquietante: chi diventeremmo se tutte le regole della società cessassero di esistere?
Senza governi, senza leggi e senza istituzioni, l'essere umano sarebbe costretto a ricominciare da zero. Alcuni sceglierebbero la solidarietà, altri la violenza, altri ancora cercherebbero di conservare ciò che resta della propria umanità. E così il mondo devastato diventa un enorme laboratorio sociale.
Uno specchio delle nostre paure
I film post-apocalittici non raccontano il futuro. Parlano del presente. Negli anni ‘50 e ’60, per esempio, il timore principale era la guerra atomica. Le tensioni della Guerra Fredda alimentarono decine di pellicole in cui il pianeta veniva distrutto dalle armi nucleari. Nello stesso modo, negli anni ’70 e ‘80 il petrolio, la crisi energetica e il degrado sociale influenzarono opere come la saga di Mad Max, trasformando l'automobile e la benzina in simboli di sopravvivenza. Poi arrivarono le pandemie, il terrorismo internazionale, il cambiamento climatico e la crescente dipendenza dalla tecnologia. Ogni periodo storico ha lasciato il proprio segno sul genere, dimostrando come il cinema sia spesso il riflesso delle paure collettive.
Il successo degli zombies
All'interno del panorama post-apocalittico esiste un sottogenere che, negli ultimi decenni, ha raggiunto una popolarità enorme: quello degli zombies. A renderlo così efficace è la straordinaria flessibilità del mostro. Lo zombie può rappresentare un'epidemia fuori controllo, il consumismo, l'alienazione sociale, la paura dell'altro o il collasso della civiltà.
Da George A. Romero in poi, il morto vivente ha smesso di essere soltanto una creatura horror per trasformarsi in uno strumento narrativo capace di affrontare temi politici, economici e sociali. È forse il mostro che più di ogni altro riesce ad adattarsi alle inquietudini di ogni generazione.
Non è il mostro il vero nemico
Una caratteristica accomuna quasi tutte le migliori opere post-apocalittiche: dopo i primi momenti di caos, la minaccia principale smette di essere il virus, il mostro o la catastrofe e il vero pericolo diventa l'uomo. La lotta per il cibo, il controllo delle risorse, il potere e la sopravvivenza generano conflitti molto più duri della calamità iniziale. È una dinamica che ritroviamo di continuo, da The Road a The Walking Dead, passando per il già citato Mad Max, The Last of Us e molte altre opere. In fondo, il post-apocalittico parla meno della fine del mondo e molto di più della natura umana.
Perché continuiamo a guardarli?
La risposta è più semplice di quanto sembri. Questi film ci permettono di affrontare le nostre paure in un ambiente controllato. Assistiamo al crollo della civiltà rimanendo seduti sul divano o in una sala cinematografica. Ci chiediamo cosa faremmo noi, dove andremmo, di chi potremmo fidarci, quali valori saremmo disposti a difendere. Ogni spettatore, anche inconsapevolmente, si immedesima nei protagonisti e costruisce dentro di sé il proprio piano di sopravvivenza. È questo coinvolgimento personale che rende il genere così potente. Un genere che continua a evolversi.
Il cinema post-apocalittico è cambiato nel corso degli anni.
Se un tempo dominavano gli scenari nucleari, oggi trovano spazio pandemie, crisi climatiche, collassi ecologici, intelligenza artificiale e minacce tecnologiche. Cambiano le ambientazioni, aumentano gli effetti speciali e si evolvono i linguaggi narrativi, ma la domanda resta sempre la stessa: che cosa significa essere umani quando tutto ciò che abbiamo costruito scompare?
Finché continueremo a porci questo interrogativo, il cinema post-apocalittico avrà sempre qualcosa da raccontare, perché il suo successo non dipende soltanto dallo spettacolo o dall'azione. La sua forza risiede nella capacità di mettere a nudo l'essere umano, eliminando ogni certezza e costringendolo a confrontarsi con i propri limiti, le proprie paure e i propri valori. Forse è proprio questo il motivo per cui, a distanza di decenni, continuiamo a tornare tra città in rovina, strade deserte e mondi devastati. Non per assistere alla fine della civiltà, ma per cercare una risposta a una domanda che rimane sempre attuale: che cosa resterà di noi quando tutto il resto sarà scomparso?



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