Gli zombies stanno vivendo una seconda giovinezza, al punto da attirare l’attenzione anche dei grandi gruppi editoriali italiani che, dopo anni di sostanziale disinteresse, ora tentano di intercettare il successo del genere. Tra questi c’è Einaudi, che ha pubblicato il romanzo di Colson Whitehead, Zona Uno.
Il libro segue Mark Spitz, uno dei tanti sopravvissuti impiegati nelle squadre civili incaricate di bonificare la zona sud di New York dopo un primo intervento dei militari, nel tentativo di restituire alla città una parvenza di normalità.
In quarta di copertina si parla di un autore che “prende il genere horror, ne distrugge gli schemi e restituisce un affresco allucinato e preciso di New York”. Una dichiarazione ambiziosa, che però trova scarso riscontro nel testo. L’elemento horror è marginale, confinato a poche sequenze, mentre la rappresentazione della metropoli devastata non si discosta da modelli ormai consolidati, già ampiamente esplorati sia in letteratura sia al cinema.
Il problema principale di Zona Uno non è tanto ciò che fa, quanto ciò che promette e non mantiene. Nonostante l’indubbia qualità della scrittura di Whitehead, il romanzo fatica a coinvolgere: la struttura narrativa è esile, la progressione lenta, e la storia (un gruppo di sopravvissuti impegnati a riconquistare spazi urbani destinati inevitabilmente a essere perduti) appare derivativa.
Anche i personaggi non riescono a emergere: Mark Spitz, introdotto come figura complessa e sfuggente, si appiattisce progressivamente fino a diventare un protagonista quasi anonimo, privo di un reale sviluppo. Le innovazioni lessicali, come il termine “skel” per indicare gli zombies o la distinzione dei “ritardatari”, risultano più nominali che sostanziali, insufficienti a ridefinire davvero i codici del genere.
Il romanzo indulge inoltre in frequenti digressioni e ricordi del passato che rallentano ulteriormente il ritmo, senza apportare un reale valore alla narrazione. Il risultato è un testo che procede per accumulo, ma senza mai costruire una vera tensione o un senso di urgenza.
Zona Uno si configura come un’operazione ambiziosa ma irrisolta: un tentativo di “nobilitare” il genere zombie che finisce però per svuotarlo della sua forza primaria, l’impatto, l’urgenza, il senso di minaccia costante. Più che reinventare l’horror, il romanzo sembra prenderne le distanze, con un approccio che rischia di risultare freddo e, a tratti, autoreferenziale.
Il paradosso è evidente: nel tentativo di "elevare" il genere, lo si priva proprio di quegli elementi che lo rendono efficace. E così Zona Uno resta sospeso, incapace di soddisfare pienamente né gli appassionati di narrativa horror né i lettori in cerca di un romanzo letterario davvero incisivo.

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