Nel 2002 Sam Mendes, reduce dal successo di American Beauty, portò sullo schermo Era mio padre, gangster movie ambientato nell’America del 1931, in pieno proibizionismo. Il film riunisce due interpreti di enorme peso come Tom Hanks e Paul Newman e costruisce attorno a loro una storia di violenza, famiglia, colpa e vendetta.
Michael Sullivan, interpretato da Hanks, è un sicario al servizio della criminalità organizzata. È un uomo temuto, soprannominato “l’angelo”, ma allo stesso tempo un padre che ha sempre cercato di tenere i propri figli lontani dalla verità sul suo lavoro. Questo fragile equilibrio crolla quando Michael Jr., il figlio maggiore, assiste per caso a una delle sue missioni.
Da quel momento la situazione precipita. Quando Sullivan torna a casa e scopre che la moglie e il figlio più piccolo sono stati assassinati, il rapporto tra cacciatore e preda si capovolge. Costretto alla fuga insieme a Michael Jr., l’uomo deve affrontare non soltanto chi vuole eliminarlo, ma anche il rapporto con un figlio che ha appena scoperto chi sia davvero suo padre.
Era mio padre non è un film costruito sull’azione continua. Mendes sceglie un ritmo lento, quasi sospeso, che accompagna i personaggi più che inseguire gli eventi. In alcuni momenti questa scelta può risultare eccessiva e la trama non evita sempre passaggi prevedibili, ma contribuisce a creare un’atmosfera coerente con il mondo raccontato.
La sensazione è quella di entrare fisicamente negli ambienti del film: strade bagnate, interni oscuri, automobili, cappotti, cappelli e locali fumosi non funzionano come semplice ricostruzione storica, ma diventano parte integrante del racconto. Tutto sembra pesante, freddo, immobile, come se i personaggi fossero intrappolati in un mondo dal quale non esiste una vera possibilità di fuga.
In questo senso Mendes ritrova qualcosa del suo esordio e come in American Beauty, anche qui la superficie ordinata nasconde una realtà molto più cupa e soffocante. Cambia il genere, ma rimane l’interesse per personaggi che vivono dentro strutture familiari e sociali apparentemente solide e che finiscono per scoprirne la fragilità .
Tom Hanks contro la propria immagine
Uno degli aspetti più interessanti del film è la scelta di Tom Hanks nel ruolo di Michael Sullivan. All’epoca l’attore era ormai legato a personaggi positivi, rassicuranti o comunque capaci di conquistare con facilità la simpatia del pubblico, mentre qui interpreta un assassino.
Mendes sfrutta proprio questo contrasto: Sullivan è violento e spietato quando il suo lavoro lo richiede, ma Hanks evita di trasformarlo in un gangster sopra le righe. La sua interpretazione è misurata, controllata, quasi trattenuta. Il personaggio parla poco e lascia che siano gli sguardi e i silenzi a suggerire il peso delle proprie azioni.
Il risultato è efficace perché il film non cerca mai di assolverlo. Sullivan ama il figlio e tenta di proteggerlo, ma rimane un uomo che ha costruito la propria vita sulla violenza e che ora si trova costretto ad affrontarne le conseguenze.
Paul Newman e il peso dell’autoritÃ
Paul Newman interpreta John Rooney, capo dell’organizzazione criminale alla quale Sullivan appartiene e figura quasi paterna nei suoi confronti.
La sua presenza domina il film con una compostezza impressionante. Rooney non ha bisogno di alzare la voce o di ricorrere alla violenza per imporre la propria autorità . Newman costruisce il personaggio attraverso piccoli gesti, pause e sguardi, lasciando emergere poco alla volta il conflitto tra gli affetti personali e le regole del mondo criminale che ha contribuito a creare.
Il rapporto tra Rooney e Sullivan rappresenta uno degli elementi più forti della storia, perché introduce un secondo livello nel tema della paternità . Era mio padre non racconta soltanto il legame tra Michael e suo figlio, ma mette a confronto padri, figli e figure paterne, mostrando quanto sia difficile separare l’amore dalla responsabilità per ciò che si è trasmesso alla generazione successiva.
Jude Law e il volto più inquietante del film
In un cast dominato dalla misura, Jude Law rappresenta l’elemento più disturbante. Il suo Harlen Maguire è un assassino incaricato di eliminare Sullivan, ma possiede anche una macabra ossessione: fotografare le vittime dopo averle uccise. Il personaggio introduce nel film una componente quasi grottesca e rompe l’eleganza controllata del resto della narrazione.
Law gli conferisce un’energia nervosa e sgradevole che lo rende ben riconoscibile. Maguire non possiede la dignità criminale di Rooney né la freddezza di Sullivan, ma sembra appartenere a un mondo ancora più degradato, nel quale l’omicidio è diventato anche spettacolo e collezione.
Proprio per questo funziona come antagonista. È la versione estrema e deformata della violenza che attraversa tutto il film.
Una fotografia che racconta quanto i dialoghi
Uno degli elementi che rendono Era mio padre ancora oggi visivamente notevole è la fotografia di Conrad Hall: il film utilizza ombre, pioggia, luci basse e colori smorzati per costruire un mondo nel quale la minaccia sembra presente anche quando sullo schermo non accade nulla. La fotografia non cerca soltanto di ricreare gli anni '30: determina il tono emotivo di ogni scena.
Alcuni momenti sono costruiti quasi interamente attraverso immagini e suoni. Mendes non ha paura di rallentare il racconto e lasciare che sia l’inquadratura a comunicare ciò che i personaggi non dicono. È una scelta che può mettere alla prova chi cerca un gangster movie più tradizionale, ma rappresenta anche una delle principali qualità del film.
Più dramma familiare che gangster movie
Alla fine, definire Era mio padre un film di gangster rischia di essere riduttivo. La criminalità organizzata, le vendette e gli omicidi costituiscono il contesto, ma il vero centro della storia è il rapporto tra Michael Sullivan e suo figlio. Michael Jr. scopre che l’uomo che ha sempre conosciuto come padre possiede un’identità diversa e deve imparare a convivere con questa verità proprio mentre dipende da lui per sopravvivere.
Sullivan, dal canto suo, comprende che la vera battaglia non consiste soltanto nel salvare il ragazzo fisicamente, ma nell’impedirgli di diventare come lui. È qui che il titolo italiano acquista tutto il suo significato, perché Era mio padre è una storia sul modo in cui un figlio ricorderà un uomo pieno di contraddizioni: assassino per gli altri, padre per lui.
Un film imperfetto, ma ancora molto solido
Il ritmo rimane il suo limite principale: alcune sequenze avrebbero potuto essere più asciutte e certi sviluppi risultano prevedibili, perché Mendes privilegia spesso l’atmosfera rispetto alla tensione narrativa e non tutti gli spettatori apprezzeranno questa scelta.
Tuttavia, quando il film funziona, funziona molto bene: la regia elegante, la fotografia di Conrad Hall e soprattutto le interpretazioni di Tom Hanks, Paul Newman e Jude Law costruiscono un gangster movie diverso dal solito, meno interessato alla mitologia del criminale e molto più alle conseguenze che la violenza lascia sulle persone.
Era mio padre non possiede l’energia di altri grandi film di gangster e non cerca nemmeno di averla. È un racconto malinconico, cupo e misurato, nel quale la vendetta diventa soprattutto il tentativo disperato di un uomo di impedire che i propri peccati passino al figlio.
Ed è proprio questa dimensione familiare, più ancora delle sparatorie e dei gangster, a permettere al film di conservare ancora oggi buona parte della propria forza.

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