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lunedì 6 aprile 2020

I MIGLIORI FILM TRATTI DAI ROMANZI DI KING... SECONDO ME


Un post di un contatto Facebook sulle sue trasposizioni kinghiane preferite, mi ha spinto a riflettere su quali film tratti dai romanzi di King mi sono piaciuti di più e a cui sono rimasto affezionato. Non mi ci è voluto molto a stendere una mia classifica, perché in oltre quarant’anni di vita, ne ho visti tanti di film tratti dai romanzi del Re, tutti rigorosamente dopo aver letto il libro, ma, lo sappiamo (o almeno dovremmo saperlo), il linguaggio scritto è molto diverso da quello filmico, può esserne solo un’ispirazione, perché quando si prova a trasporre un libro parola per parola, fatto per fatto, personaggio per personaggio, si finisce per partorire un’opera senz’anima, calcata con la carta carbone e che finisce per tradire sia il libro che la rilettura cinematografica. E di esempi, tornando in ambito kinghiano, ne abbiamo almeno due, ovvero le mini-serie dedicata a “Shining” e quella tratta da “L’ombra dello scorpione”, in cui il fedele Mick Garris ha provato a rispettare, quasi con devozione, la materia kinghiana, ma ha finito per deludere tutti.
Detto questo, quali sono i miei film kinghiani preferiti? Ne ho scelto dieci, una classica “top ten” in cui ho inserito quelli che mi hanno lasciato qualcosa o, più semplicemente, quelli che riguardo più volentieri quando passano in tv.

1.                       Stand by Me
2.                       Il miglio verde
3.                       Le ali della libertà
4.                       Misery non deve morire
5.                       Pet Sematary
6.                       L’ultima eclissi
7.                       Shining
8.                       Carrie
9.                       Secret Window
10.                   1408

       Al film di Rob Reiner sono legato in maniera viscerale, perché l’ho visto per la prima volta proprio alla stessa età dei protagonisti, per cui era come vivere una vita parallela e ancora oggi rappresenta un ricordo indelebile, un compagno di vita che mi fa rivivere tempi e, soprattutto, emozioni andate. I successivi due sono di Frank Darabont, l’unico, insieme proprio a Rob Reiner, a interpretare nel migliore dei modi i libri di King. Nessuno come loro è stato capace di portare sul grande schermo la “kinghianità” pura e nessuno, probabilmente, ne sarà più in grado. Con “Misery” torniamo a Reiner e alla sua straordinaria capacità di raccontare storie, interpretando la filosofia kinghiana, dando il giusto risalto ai dettagli migliori e più importanti. 
“Pet Sematary” è il primo horror della lista, un altro libro a cui sono molto legato e che Mary Lambert è riuscita a rileggere in maniera cinematografica, riuscendo nel difficile compito di ricostruire, sul grande schermo, una delle scene più insopportabili scritte da King in oltre cinquant’anni di libri: la morte del piccolo Gage Creed. “L’ultima eclissi” è una sorta di “fuori onda”, una straordinaria divagazione di Taylor Hackford su uno dei temi più cari a King, ovvero la violenza sulle donne. È un film poetico e toccante che fa perno soprattutto sulle due attrici protagoniste e che tocca corde profonde del nostro animo. Vederlo è come galleggiare sopra le nuvole, con una vista appannata del mondo reale. 

Nella top ten non poteva mancare il capolavoro di Stanley Kubrick che, però, come lo stesso King ha più volte, forse troppe volte, rimarcato, ha poco del senso e del sentimento del libro. Kubrick, da cineasta puro qual era, ha utilizzato il romanzo come semplice spunto per raccontare una storia epica che a distanza di trent’anni rimane di un’attualità quasi disarmante. Diciamo che, nel suo lavoro di stravolgimento e rielaborazione, è rimasto fedele al cinema, al suo linguaggio e ai suoi tempi, più che al libro. Arrivando a “Carrie”, è passato alla storia per essere il film di esordio di un giovane Brian de Palma, pieno di difetti, se vogliamo ancora acerbo, ma ricco, invece, di animo kinghiano. Cinematograficamente, de Palma è stato capace di trasformare in horror un romanzo che grondava drammaticità e che raccontava un altro punto fermo della letteratura del Re, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Un cult, se vogliamo, che non può mancare in una degna classifica. Infine, gli ultimi due film potrebbero far storcere il naso a parecchi, perché passati nell’anonimato e mai considerati degne trasposizioni. Tuttavia, a mio avviso ci troviamo di fronte a due piccoli (minuscoli?) “Shining”, ovvero film che poco hanno a che fare con la fonte originale, ma che cinematograficamente lasciano il segno. Sono deliranti, onirici, folli, dei veri concentrati di “non sense”, nel bene e nel male.


martedì 26 luglio 2011

Stephen King e il Cinema: Gli anni 2000

Il viaggio all’interno del cinema ispirato alle opere del Maestro del Brivido Stephen King si conclude con i film degli ultimi dieci anni.

Nel 2001, il regista Scott Hicks porta sui grandi schermi Cuori in Atlantide, dall’omonimo racconto che dà il titolo a una raccolta di King. Interpretato da Anthony Hopkins nei panni del vecchio Ted Brautigan, uomo dotato di poteri soprannaturali, che nell’estate del 1960 stringe amicizia con un ragazzino dalla vita complicata, il film è una parabola sull’amicizia tra giovani e anziani in cui da un lato si riprende il tema dell’”apprendistato” già trattato nel film L’allievo, mentre dall’altro si ripercorre la strada del passaggio dall’adolescenza all’età adulta di Stand By Me. Dramma fantastico sottovalutato da critica e pubblico, il film ci regala una intensa interpretazione di Anthony Hopkins che con quel suo sguardo pieno di malinconia ci regala attimi di intensa emozione.

Due anni più tardi è la volta di uno degli adattamenti più attesi (ma forse anche più deludenti) da Stephen King e vale a dire L’acchiappasogni. Quanti si aspettavano un secondo IT (il libro per lunghi tratti ne ripercorre le splendide atmosfere) è rimasto deluso e si è trovato davanti a un fantascientifico filmaccio in cui i personaggi si divertono a camminare lungo il confine tra dramma e parodia (di se stessi) con un Morgan Freeman nei panni del folle Colonnello Abraham Curtis che si trasforma quasi in un fumetto alla Sturmtruppen. Diretto da Lawrence Kasdan (che ne cura anche la sceneggiatura insieme a William Goldman) il film non riesce mai a decollare soprattutto perché ogniqualvolta sembra che stia per imboccare la strada giusta, la sceneggiatura cede pesantemente trasformando l’invasione aliena ormai imminente in una sgangherata guerra tra umani ed extraterrestri in cui i mostriciattoli alla Critters escono niente di meno che dal “lato b” delle persone!

Altri tre anni e nel 2004 David Koepp (già sceneggiatore di due capitoli della saga di Jurassic Park, di La Guerra dei Mondi e di uno degli Indiana Jones) porta sugli schermi il racconto Finestra Segreta Giardino Segreto contenuto nella raccolta Quattro dopo Mezzanotte. Anche se non all’altezza del precedente film di Koepp, lo splendido Echi Mortali, Secret Window è un ottimo thriller che tiene lo spettatore costantemente in bilico tra realtà e follia, in quel mondo fatto di fantasmi e visioni in cui è piombato lo scrittore Mort Rainey in preda al blocco dello scrittore. Terzo film vagamente autobiografico (dopo Misery e La metà oscura), anche in questo non mancheranno coup de theatre e finale a sorpresa, il tutto impreziosito dalla solita istrionica interpretazione di un Johnny Depp assolutamente a suo agio nei panni dello scrittore fuori di testa e di un John Turturro terribilmente inquietante in quelli del campagnolo che accusa Rainey di aver plagiato un suo racconto.

Nello stesso anno arriva al cinema (in Italia solo in home video) il film Riding the Bullet, tratto dall’omonimo romanzo in Italia tradotto come Passaggio per il nulla. Fortemente voluto dallo stesso King, che è tra i produttori esecutivi, il film è diretto da un vecchio appassionato di horror come Mick Garris (già regista dei kinghiani I Sonnambuli, L’ombra dello Scorpione e della versione per la tv di Shining) e racconta le vicissitudini di un giovane sofferente di sdoppiamenti della personalità che in viaggio in autostop per raggiungere la madre grave in ospedale, incontra vari personaggi che sconvolgeranno ancora di più la sua già precaria mente. Mediocre thriller soprannaturale (ci sono costanti visioni del protagonista che però non portano mai a nulla di concreto), ci regala gli unici attimi di suspence durante l’incontro tra Alan (Jonathan Jackson) e il misterioso George Staub (David Arquette).

La regola del tre si ripete ancora e così nel 2007 esce nelle sale italiane The Mist, horror soprannaturale diretto da Frank Darabont, già regista di Le ali della Libertà e Il Miglio Verde. Tratto dal racconto La Nebbia all’interno della raccolta Scheletri, il film è una sorta di riproposizione di Zombi di Romero in cui i mostri stavolta sono nascosti in una fitta nebbia che avvolge, isolandola dal mondo, la piccola cittadina di Bridgton nel Maine. Anche qui un gruppo di sopravvissuti si barrica all’interno di un supermercato nella vana speranza di potersi salvare, ma ben presto si capirà come il pericolo non sia soltanto all’esterno…
Horror solo all’apparenza e per la presenza degli immancabili mostri, la pellicola di Darabont fa ancora centro trasponendo in maniera perfetta un’opera di King. Il regista nato a Montbeliard sembra, infatti, uno dei pochi che ogni qualvolta si trova ad affrontare un’opera del Maestro dell’Orrore riesce a individuarne il cuore e l’essenza e anche stavolta, come successo con Le ali della Libertà e Il Miglio Verde, nessuno potrà dirsi deluso. Il film è, come accennato, soltanto all’apparenza un horror in quanto i mostri sono un pretesto per affrontare temi molto più importanti come la solidarietà tra gli uomini e la condanna di esperimenti top secret spesso causa di disastri e tragedie mondiali. Come per Romero l’invasione degli zombi era soltanto un pretesto per condannare con decisione usi e costumi dell’America (ma non solo) degli anni ’70, l’arrivo di questa nebbia demomiaca è per Darabont lo strumento per mettere a nudo la fragilità dell’uomo che, se all’inizio sembra solidale col proprio vicino e simile di fronte a una possibile fine del mondo, piano piano va frantumandosi in una miriade di piccoli egoismi, ottuse e bigotte convinzioni che non potranno che portare all’autodistruzione. Messo sotto pressione e in una situazione di costante pericolo (in un luogo piccolo e oppresso da qualcosa di sconosciuto), l’uomo di Darabont sembra non avere la forza di reagire, di mettere da parte gli egoismi nell’interesse comune, ma soltanto quello di imporre il proprio pensiero, giusto o sbagliato che sia.

Il 2007 è anche l’anno di 1408, altro film tratto da un racconto (in questo caso compreso nella raccolta Tutto è fatidico), in cui il protagonista è Mike Enslin (John Cusack), un giovane scrittore che dopo la morte della figlioletta, si è dedicato allo smascheramento di presunti casi di “casa stregata”. Dopo l’uscita del suo nuovo libro, dedicato proprio a dieci case stregate in cui l’autore ha dormito senza subire conseguenze, la nuova sfida si presenta sotto le vesti di una camera dell’albergo Dolphin di New York, la 1408 del titolo in cui nel corso degli anni sono morte ben 56 persone. Diretto dal regista svedese Mikael Hafstrom, il film è una delle migliori trasposizioni cinematografiche ispirate a Stephen King, in cui come successo per il precedente The Mist, viene individuato il fulcro della storia. In questo caso il personaggio tormentato dello scrittore in cerca di un motivo per accettare la morte della figlioletta, si trova ad affrontare il proprio senso di colpa materializzatosi improvvisamente in questa maledetta camera d’albergo dove dovrà affrontare un percorso quasi dantesco per ritrovarsi e finalmente riconciliarsi con la bambina. La bravura del regista (e degli sceneggiatori Matt Greenberg, Scott Alexander, Larry Karaszewski) è ancora una volta nell’aver saputo dare il giusto peso e la giusta collocazione all’aspetto orrorifico dell’opera di King a cui ancora una volta non interessa approfondire l’aspetto demoniaco della stanza,  quanto il percorso di riscatto del protagonista.

Il viaggio all’interno della produzione cinematografica tratta da Stephen King si conclude col recente La Cadillac di Dolan (2009) tratto dall’omonimo racconto inserito all’interno di Incubi & Deliri. Interpretato da Christian Slater nei panni del boss della malavita Jimmy Dolan e da Wes Bentley in quelli di Robinson, un uomo distrutto dalla morte della moglie (uccisa per volontà del boss) e che fa della vendetta la ragione della sua vita, il film è un mediocre thriller soprannaturale (è il fantasma della moglie a guidare Robinson nella vendetta) in cui Slater gigioneggia cercando di dare un tono al suo personaggio, senza però riuscire a far decollare una pellicola francamente inutile.