Quando Kingdom porta gli zombies nella Corea della dinastia Joseon, la prima impressione è quella di trovarsi davanti a un esperimento curioso: unire il dramma storico, l’intrigo politico e l’horror apocalittico dentro la stessa serie. Bastano però pochi episodi per capire che gli zombies non sono un elemento aggiunto a una storia già esistente, ma il meccanismo che permette a tutti gli altri conflitti di esplodere.
La prima stagione è composta da sei episodi e segue il principe ereditario Lee Chang, interpretato da Ju Ji-hoon, mentre cerca di scoprire cosa sia accaduto al padre, il re, tenuto lontano dalla corte con il pretesto di una grave malattia. Attorno al sovrano si muovono interessi politici, lotte per la successione e il potente clan Cho, mentre lontano dal palazzo qualcosa comincia a diffondersi tra la popolazione. Netflix presenta infatti Kingdom come una storia nella quale corruzione, carestia e una misteriosa epidemia finiscono per travolgere lo stesso regno.
Il risultato è una delle interpretazioni più originali dello zombie televisivo moderno, perché Kingdom riesce a utilizzare elementi riconoscibili del genere senza sembrare la versione coreana di qualcosa che abbiamo già visto.
Un re che nessuno può vedere
La storia comincia dentro il palazzo reale, molto prima che gli zombies diventino il centro dell’azione.
Circolano voci sulla morte del re, ma il principe Lee Chang non riesce a vederlo. La giovane regina e suo padre Cho Hak-ju controllano l’accesso alle stanze del sovrano e ogni tentativo di conoscere la verità viene ostacolato, mentre la posizione dello stesso Chang diventa sempre più fragile.
Il principe è figlio del re, ma la sua madre era una concubina. La gravidanza della regina potrebbe quindi produrre un nuovo erede capace di cancellare il suo diritto al trono, trasformando la malattia del sovrano in una questione politica prima ancora che personale.
Kingdom costruisce così il primo conflitto senza ricorrere agli zombies, perché il potere è già malato prima dell’epidemia, la corte vive di segreti e la sopravvivenza politica dipende dalla capacità di controllare ciò che gli altri possono sapere. Quando Lee Chang lascia il palazzo per cercare il medico che ha curato suo padre, entra in un mondo nel quale quella stessa logica assume conseguenze molto più concrete.
Da Hanyang a Jiyulheon
Il viaggio conduce Chang e la sua guardia Mu-yeong fino alla clinica di Jiyulheon, dove la situazione è molto diversa da quella immaginata a corte.
Il luogo è devastato e i corpi si accumulano, mentre Seo-bi, una delle poche persone sopravvissute, cerca di ricostruire ciò che è accaduto. È attraverso di lei che la serie comincia a collegare la misteriosa malattia del re a qualcosa di molto più vasto.
La scelta di far uscire il protagonista dal palazzo è fondamentale, perché permette a Kingdom di mostrare due Coree.
Da una parte esistono la corte, i nobili, le guardie e le lotte dinastiche; dall’altra ci sono villaggi affamati, malati abbandonati e persone per le quali il problema principale consiste nel trovare abbastanza cibo per arrivare al giorno successivo.
L’epidemia attraversa entrambe queste realtà, ma colpisce con una forza diversa chi possiede meno strumenti per difendersi.
Gli zombies arrivano con la notte
La prima vera esplosione horror avviene quando cala il sole.
Durante il giorno i cadaveri sembrano immobili, ma con l’arrivo della notte si risvegliano e attaccano chiunque incontrino. La serie costruisce bene questo passaggio perché il pubblico ha già visto abbastanza per aspettarsi ciò che sta per accadere, mentre molti personaggi continuano a interpretare quei corpi secondo regole che appartengono ancora al mondo precedente.
Quando gli zombies cominciano a muoversi, Kingdom cambia ritmo: le creature corrono, si lanciano sulle vittime, si accalcano contro porte e mura e trasformano ogni spazio chiuso in una trappola. Non hanno la lentezza degli zombies di Romero e la loro aggressività produce scene che ricordano l’energia degli infetti moderni, ma il contesto storico modifica completamente l’effetto.
Qui non esistono automobili, armi automatiche o comunicazioni immediate. Una città deve essere difesa con cancelli, lance, archi e spade, mentre una notizia può impiegare ore o giorni prima di raggiungere chi dovrebbe reagire.
Questa distanza tecnologica rende nuovamente pericolose situazioni che il cinema zombie contemporaneo ha raccontato decine di volte.
Lee Chang e la nascita di un leader
All’inizio Lee Chang è soprattutto un principe che cerca di difendere il proprio diritto alla successione, ma il viaggio cambia progressivamente il significato della sua posizione.
Quando vede cosa sta accadendo lontano dalla capitale, la questione del trono comincia a intrecciarsi con una responsabilità molto più ampia. Essere il principe ereditario significa anche decidere cosa fare davanti a persone che nessuno sembra disposto a proteggere.
Ju Ji-hoon costruisce Chang senza trasformarlo subito nell’eroe perfetto. Il personaggio deve imparare, commette errori e continua a portarsi dietro il peso della propria origine e della lotta politica, ma proprio il confronto con la popolazione gli permette di acquisire una statura diversa.
La serie mette così in parallelo due possibili forme di potere.
Da una parte Cho Hak-ju utilizza il regno per conservare l’influenza della propria famiglia; dall’altra Chang comincia a comprendere che il titolo possiede un significato soltanto se esiste ancora un paese sul quale esercitarlo.
Seo-bi e la ricerca di una spiegazione
Seo-bi rappresenta l’altra grande linea narrativa della stagione, perché mentre gli altri cercano soprattutto di sopravvivere, lei osserva la malattia e prova a comprenderne il funzionamento. Il suo ruolo permette alla serie di introdurre gradualmente le regole dell’epidemia senza ricorrere a lunghe spiegazioni.
Bae Doona interpreta un personaggio che vive in una posizione sociale molto diversa da quella del principe, ma la cui conoscenza diventa essenziale quanto le capacità militari dei combattenti.
Seo-bi osserva i corpi, collega gli eventi e cerca una causa, mentre intorno a lei prevalgono paura, superstizione e necessità immediate.
La ricerca sulla malattia diventa così uno dei motori della storia, perché Kingdom presenta gli zombies come una minaccia dotata di regole che possono essere studiate. Capire quelle regole significa aumentare le possibilità di sopravvivere.
La fame prima degli zombies
Uno degli aspetti più interessanti della prima stagione è che la fame esiste già prima dell’epidemia.
La popolazione soffre, le risorse sono concentrate nelle mani di pochi e intere comunità vivono sul limite della sopravvivenza. Gli zombies arrivano dentro una società che possiede già profonde fratture, quindi il disastro non crea tutte le disuguaglianze: le rende impossibili da ignorare.
È qui che l’horror e la componente politica trovano il loro collegamento più efficace, perché il privilegio permette ad alcuni personaggi di fuggire, chiudere porte o sacrificare altre persone per guadagnare tempo, mentre chi si trova in fondo alla gerarchia paga il prezzo più alto.
Kingdom evita però di fermare la narrazione per spiegare il proprio discorso sociale. Carestia, corruzione e differenze di classe entrano nella storia attraverso le decisioni dei personaggi e attraverso il modo nel quale ogni comunità reagisce alla crisi.
Gli zombies diventano quindi una forza che attraversa un sistema già compromesso.
Cho Hak-ju e il vero volto del potere
Se i morti rappresentano il pericolo più immediato, Cho Hak-ju dimostra presto che la minaccia umana conserva un peso altrettanto grande.
Il suo obiettivo è mantenere il controllo della successione e assicurare il futuro del proprio clan, anche quando il prezzo da pagare riguarda l’intero regno.
Ryu Seung-ryong gli dà una presenza capace di dominare molte scene senza bisogno di eccessi. Cho Hak-ju ragiona secondo una logica nella quale il potere giustifica quasi qualsiasi sacrificio, compreso l’utilizzo della stessa epidemia.
È un antagonista adatto a Kingdom proprio perché appartiene alla stessa storia degli zombies senza dipendere da loro.
Anche se l’epidemia scomparisse, il conflitto politico resterebbe. E mentre i morti attaccano perché spinti dalla fame, gli esseri umani possono compiere scelte peggiori con piena consapevolezza delle conseguenze.
Una Corea splendida e ostile
Dal punto di vista visivo, Kingdom sfrutta l’ambientazione storica come una parte essenziale della propria identità.
Palazzi, montagne, villaggi, fortificazioni e abiti della corte creano un mondo molto distante dall’immaginario urbano che domina gran parte delle produzioni zombie occidentali. La serie può passare da un intrigo nel palazzo reale a un inseguimento nel bosco o a un assedio contro una massa di morti senza perdere coerenza.
Anche il contrasto tra gli ambienti ha un peso: la corte appare ordinata, ricca e regolata da cerimonie, mentre le zone attraversate dall’epidemia mostrano fame, fango e cadaveri. Quando questi due mondi finiscono per avvicinarsi, la sensazione è che il disastro stia distruggendo anche le distanze sulle quali il potere aveva costruito la propria sicurezza.
Gli zombies, in questo contesto, risultano ancora più efficaci proprio perché sembrano appartenere a un universo nel quale nessuno avrebbe immaginato di incontrarli.
Sei episodi senza dispersioni
La prima stagione conta soltanto sei episodi, con durate che oscillano all'incirca tra i quaranta e i sessanta minuti.
È una scelta che aiuta molto il ritmo, perché Kingdom possiede intrighi politici, diversi gruppi di personaggi, una mitologia da costruire e numerose sequenze d’azione, ma ha poco spazio per deviazioni prive di funzione. Quasi ogni episodio aggiunge qualcosa alla conoscenza dell’epidemia oppure modifica gli equilibri della lotta per il potere.
Anche quando la serie rallenta, lo fa per preparare uno scontro o introdurre una nuova informazione.
Il risultato è una stagione compatta che termina proprio quando il conflitto sta assumendo dimensioni ancora maggiori, lasciando diverse linee aperte senza dare la sensazione che i sei episodi siano serviti soltanto come introduzione.
La regola che cambia tutto
Per gran parte della stagione i personaggi credono di aver individuato uno schema semplice: gli zombies si muovono durante la notte e diventano inerti con la luce del giorno.
Questa convinzione determina spostamenti, strategie e difese, tuttavia nel finale qualcosa comincia a mettere in crisi ciò che i sopravvissuti credevano di sapere. La stagione chiude così introducendo una nuova variabile proprio mentre il principe sta preparando Sangju a resistere all’arrivo della massa dei morti.
È un buon modo per concludere, perché modifica una regola sulla quale personaggi e spettatori avevano iniziato a fare affidamento: la minaccia non è stata ancora compresa fino in fondo.
Uno zombie drama con una propria identità
La forza della prima stagione di Kingdom nasce dalla capacità di tenere insieme elementi che avrebbero potuto sembrare incompatibili.
È un dramma storico sulla successione al trono, una storia di corruzione politica, un racconto sulla fame e sulle divisioni sociali e, allo stesso tempo, una serie zombie violenta e costruita attorno alla sopravvivenza.
Nessuna di queste componenti sembra usata soltanto come decorazione: l’ambientazione Joseon cambia le regole pratiche dell’apocalisse, la politica determina le reazioni all’epidemia e gli zombies fanno emergere le debolezze di una società già vicina alla crisi.
La prima stagione riesce soprattutto in questo: prende uno dei mostri più sfruttati dell’horror moderno e lo inserisce in un contesto capace di renderlo di nuovo imprevedibile.
Dopo decenni di città abbandonate, autostrade bloccate e supermercati trasformati in rifugi, vedere un principe coreano attraversare un regno in rovina inseguito da orde di morti dimostra che lo zombie aveva ancora territori nuovi da conquistare.



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