venerdì 25 settembre 2026

Le 5 serie TV zombie che hanno cambiato il genere

Per molti anni gli zombies sono appartenuti soprattutto al cinema. Da La notte dei morti viventi a Zombi, da Il ritorno dei morti viventi a 28 giorni dopo, il grande schermo ha costruito e trasformato quasi tutte le regole del genere. La televisione sembrava invece un territorio meno adatto a raccontare un'apocalisse fatta di città devastate, folle di morti e società al collasso.

Poi però qualcosa è cambiato, anche grazie alla struttura della moderna serie TV che ha permesso di esplorare ciò che un film poteva soltanto suggerire: la sopravvivenza nel lungo periodo, la nascita di nuove comunità, il deterioramento dei rapporti umani e la trasformazione dei personaggi dopo mesi o anni trascorsi in un mondo dominato dai morti.

In questo ambito, alcune produzioni hanno avuto un peso maggiore di altre, perché hanno dimostrato che gli zombies potevano funzionare sul piccolo schermo e hanno contaminato il genere con linguaggi diversi, oppure lo hanno portato verso pubblici nuovi.

Cinque serie, in particolare, raccontano bene questa evoluzione.


Dead Set: gli zombies entrano davvero in televisione

Quando Dead Set arriva sulla britannica E4 nel 2008, The Walking Dead deve ancora debuttare. La miniserie creata da Charlie Brooker è composta da appena cinque episodi e utilizza un'idea tanto semplice quanto efficace: mentre un'epidemia zombie travolge il Regno Unito, i concorrenti del Grande Fratello continuano a vivere isolati nella casa del reality, quasi del tutto ignari di ciò che sta accadendo all'esterno.

La trovata va oltre il semplice espediente narrativo, perché Brooker mette gli zombies dentro uno dei simboli della televisione dei primi anni 2000 e utilizza l'horror per attaccare il mondo dei reality, il voyeurismo e il rapporto tra spettacolo e pubblico.

La casa del Grande Fratello, progettata per osservare continuamente chi vive al suo interno, diventa un rifugio dal mondo esterno e le telecamere continuano a esistere mentre fuori la società sta scomparendo.

Dead Set conserva inoltre una brutalità che deriva in modo evidente dal cinema zombie britannico e dalla lezione di Romero. Brooker indicò Dawn of the Dead tra le sue ispirazioni, mentre la miniserie combina satira, gore e horror senza trasformare gli zombies in semplice pretesto comico.

La sua importanza risiede anche nella data di uscita: due anni prima dell'arrivo di Rick Grimes sul piccolo schermo, Dead Set aveva già dimostrato che una storia zombie poteva trovare nella televisione una forma narrativa propria.

Era ancora una miniserie, ma la rivoluzione successiva sarebbe stata molto più grande.



The Walking Dead: quando lo zombie diventa mainstream

Il 31 ottobre 2010 AMC trasmette il primo episodio di The Walking Dead. La serie nasce dal fumetto di Robert Kirkman e viene sviluppata per la televisione da Frank Darabont. Nonostante la prima stagione conti appena sei episodi, l'impatto è immediato.

Il debutto viene seguito negli Stati Uniti da oltre 5,3 milioni di spettatori e stabilisce allora un record per una serie originale AMC. La prima stagione continua a crescere e il finale raggiunge i sei milioni.

Il dato più importante, però, va oltre gli ascolti, perché The Walking Dead dimostra che una serie incentrata su un'apocalisse zombie può diventare un grande prodotto televisivo internazionale. La distribuzione iniziale coinvolge 120 Paesi e 33 lingue, portando quasi in contemporanea lo stesso immaginario davanti a un pubblico enorme.

Inoltre, la serialità cambia il modo di raccontare il genere, perché l'apocalisse smette di essere soltanto l'evento da mostrare e diventa una condizione permanente. I personaggi hanno il tempo di cambiare, creare famiglie, perdere persone, fondare comunità, combattere guerre e adattarsi a nuove regole.

Gli zombies restano una minaccia, soprattutto nelle prime stagioni, ma diventano anche lo scenario all'interno del quale osservare la ricostruzione della società.

Il successo della serie modifica così la percezione stessa dello zombie televisivo. Quello che per decenni era stato soprattutto un mostro cinematografico diventa il centro di una saga capace di durare undici stagioni e generare numerosi spin-off.

Dopo The Walking Dead, una serie zombie di lunga durata aveva smesso di sembrare una scommessa impossibile.


Z Nation: riportare il divertimento nell'apocalisse

Nel 2014 The Walking Dead domina ormai l'immaginario zombie televisivo. È proprio in quel contesto che arriva Z Nation, creata da Karl Schaefer e Craig Engler e prodotta da The Asylum per Syfy.

La differenza di tono appare subito evidente: se The Walking Dead utilizza l'apocalisse soprattutto come terreno per il dramma umano, Z Nation sceglie spesso l'eccesso, il grottesco, l'azione e l'umorismo. Gli stessi creatori descrissero il progetto come un tentativo di riportare il divertimento negli zombies, contrapponendosi alla serietà dominante in altre produzioni del periodo.

La trama iniziale possiede una struttura quasi da road movie: un gruppo di sopravvissuti deve attraversare gli Stati Uniti per trasportare Murphy, sopravvissuto al morso di uno zombie dopo aver ricevuto un vaccino sperimentale, verso un laboratorio in California.

Da questa premessa nasce però un universo sempre più folle, perché Z Nation gioca con le regole del genere, introduce varianti degli zombies, situazioni assurde e idee che una serie più realistica avrebbe difficoltà a sostenere. Il basso budget diventa quasi parte della sua identità e la produzione finisce per costruire il proprio linguaggio proprio attraverso la libertà di esagerare.

La serie arriva a cinque stagioni e 68 episodi tra il 2014 e il 2018, ma il suo contributo consiste soprattutto nell'aver ricordato una cosa che il successo di The Walking Dead rischiava di far dimenticare: lo zombie può essere tragico, ma può anche essere assurdo, satirico, splatter e divertente.



Kingdom: lo zombie incontra la Storia

Nel 2019 Kingdom compie un'operazione ancora diversa, perché la serie coreana scritta da Kim Eun-hee trasporta l'epidemia zombie nella dinastia Joseon e fonde horror, dramma storico, intrighi di palazzo, fame e lotta per il potere. Netflix la descrisse come un period zombie thriller ambientato nella Corea medievale, mentre la stessa autrice spiegò di voler utilizzare gli zombies anche per parlare di politica.

La contaminazione funziona perché i due elementi smettono presto di sembrare separati e l'epidemia si inserisce in una società attraversata da enormi differenze sociali e da una classe dirigente impegnata a difendere il proprio potere. La fame assume un ruolo centrale e il mostro diventa parte di un discorso più ampio sulle condizioni del popolo.

Anche l'estetica cambia: palazzi, abiti tradizionali, armi, villaggi e paesaggi della Corea storica offrono al genere un'identità visiva distante dall'America contemporanea che aveva dominato tanta produzione zombie e il risultato dimostra quanto il modello possa essere flessibile.

Per raccontare un'epidemia zombie servono davvero autostrade abbandonate, supermercati saccheggiati e città moderne? Kingdom risponde utilizzando un'epoca nella quale medicina, comunicazioni e conoscenze scientifiche rendono persino più difficile comprendere ciò che sta accadendo.

Lo zombie torna così a essere qualcosa di misterioso, ma soprattutto la serie contribuisce alla diffusione internazionale del K-zombie, mostrando a un pubblico globale quanto la tradizione coreana possa reinterpretare un immaginario nato altrove. Netflix ha sottolineato come Kingdom abbia conquistato pubblico anche fuori dalla Corea, citando Paesi europei, asiatici e sudamericani.

A quel punto mancava ancora un altro passaggio: portare quella trasformazione verso una generazione più giovane.


All of Us Are Dead: l'apocalisse entra a scuola

Nel 2022 All of Us Are Dead prende lo zombie coreano e lo porta in un liceo.

La serie, tratta dal webtoon Now at Our School di Joo Dong-geun, racconta un'epidemia che ha il proprio epicentro nella Hyosan High School. Gli studenti rimangono intrappolati mentre il contagio attraversa aule, corridoi, mensa e cortile, costringendoli a utilizzare ciò che trovano nell'edificio per sopravvivere.

L'idea dello spazio chiuso appartiene al genere fin dai tempi di Romero, ma qui cambia il tipo di comunità, perché i sopravvissuti sono adolescenti.

Accanto alla paura della morte trovano quindi spazio amicizie, amori, rivalità, bullismo e conflitti tipici dell'età. Il teen drama entra nell'apocalisse senza cancellare la componente horror.

La scuola stessa diventa un elemento narrativo: scrivanie, laboratori, palestra, scale e corridoi acquistano funzioni diverse quando l'ambiente quotidiano viene trasformato in un campo di battaglia.

All of Us Are Dead dimostra così che lo zombie può contaminare anche il racconto di formazione. Netflix presentò la serie come una nuova tappa del fenomeno K-zombie e come una storia di sopravvivenza adolescenziale, segnando l'incontro tra due linguaggi che fino a quel momento avevano avuto pochi punti di contatto nella serialità zombie di grande diffusione.

L'apocalisse diventa generazionale ed è forse questa una delle ragioni della longevità del genere: ogni epoca e ogni pubblico possono appropriarsi dello zombie e trasformarlo in qualcosa di diverso.



Dallo zombie di nicchia al fenomeno globale

Queste cinque serie raccontano cinque passaggi diversi: Dead Set ha mostrato quanto lo zombie potesse funzionare all'interno del linguaggio televisivo e della satira; The Walking Dead lo ha trasformato in un fenomeno globale e in una narrazione capace di durare per anni; Z Nation ha recuperato la componente più folle e giocosa del genere; Kingdom ha dimostrato che l'apocalisse poteva fondersi con il dramma storico e con una cultura diversa da quella occidentale, mentre All of Us Are Dead ha portato gli zombies dentro il teen drama e il racconto di formazione.

Manca qualche titolo importante? Certamente. Black Summer, per esempio, ha restituito con grande efficacia il caos dei primi giorni dell'epidemia, mentre altre produzioni hanno sperimentato con commedia, romanticismo e contaminazioni ancora differenti.

Il punto, però, è proprio questo: la televisione ha raccolto un mostro nato molto prima del suo ingresso nella serialità e ha scoperto che poteva trasformarlo quasi senza limiti. Dopo decenni di film, gli zombies hanno trovato nel piccolo schermo qualcosa che il cinema poteva offrire con maggiore difficoltà: il tempo.

Tempo per vedere crollare una società, tempo per osservare i sopravvissuti cambiare e tempo per costruire un nuovo mondo sulle rovine del precedente.

Ed è attraverso quel tempo che lo zombie televisivo ha finito per diventare qualcosa di molto più grande di una semplice estensione dello zombie cinematografico.


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