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giovedì 1 settembre 2011

The Blair Witch Project



The Blair Witch Project
Usa, 1999
di Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez
Con Heather Donahue, Joshua Leonard, Michael C. Williams
86 min
Horror

A cavallo tra la fine del ‘900 e l’inizio del nuovo secolo The Blair Witch Project sconvolse il cinema e ancora di più il genere horror, inaugurando un nuovo filone in cui il soprannaturale non era più relegato in altri universi, ma si trovava attorno a noi, pronto a colpirci in ogni momento.

Nato come un semplice esperimento di due studenti di cinema americani, Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez, il film si pone a metà tra il cinema e il documentario e ha come unico scopo quello di sconvolgere lo spettatore. Azzardando un parallelismo, era probabilmente dai tempi de L’Esorcista (1973) che non si vedeva un film così spaventoso e angosciante, perché di paura questo piccolo capolavoro “domestico” ne ha messa davvero tanta agli allora inconsapevoli spettatori.

Attraverso gli occhi di una piccola 8mm e una 16mm, assistiamo al capolavoro del cosiddetto cinema indipendente, vera fucina di innovazioni: niente effetti speciali, niente attori eroi o storie improbabili, budget praticamente azzerato; soltanto tre giovani studenti di cinema che un giorno decidono di girare un documentario su una leggenda – quella della strega di Blair -, ma che non torneranno più a casa. Una storia semplice, senza nessuna inutile complicanza. I tre ragazzi partono entusiasti con gli zaini in spalla e “armati” solo di due telecamere. Sono felici, contenti della loro avventurosa gitarella nel bosco, ma qualcosa va storto e si ritrovano sperduti nel bosco, senza riuscire più a trovare la via di casa. E come in una vecchia favola – ricordate la foresta di Cappuccetto Rosso o quella di Pollicino? - il bosco diventa improvvisamente il loro più pericoloso nemico. Da ambiente accogliente e pieno di vita alla luce del sole, si trasforma in un luogo maledetto e pieno di insidie durante la notte. Tutte le sicurezze dei ragazzi vanno velocemente svanendo e i tre si ritrovano ad affrontare non solo la paura di essersi persi, ma devono fare i conti con ciò che avevano considerato solo una stupida leggenda.

Definire questo film innovativo (quasi rivoluzionario) è il modo migliore per spiegarlo: immagini sempre in movimento, tenebre rischiarate soltanto dalla flebile luce delle due telecamere, audio puro e reale… tutto fa pensare a un ritorno alle origini e gli stessi registi hanno confessato più volte di essersi ispirati a un horror del 1922, Haxan, diretto dal danese Benjamin Christiansen, dove per la prima volta si parlava di streghe e diavoli attraverso immagini e resoconti storici.

L’idea vincente di The Blair Witch Project sta nella grande e forte verosimiglianza del racconto, privo di scene autenticamente horror e di effetti speciali, ma pieno di tensione emotiva (fu anche il capostipite del cosiddetto “horror emotivo” dove poco è mostrato ma tanto è fatto percepire). Le immagini sono state girate da attori realmente immersi nell’atmosfera cupa e tetra di questo bosco del Maryland, recitando senza un vero copione o sceneggiatura. A tutto ciò va poi aggiunta la geniale campagna pubblicitaria avviata dai due registi che sono riusciti a far passare per vera tutta la vicenda. Da qui il film ha avuto un’ascesa irrefrenabile, incassando trenta milioni di dollari solo nel primo week-end di proiezione nelle sale.

mercoledì 10 agosto 2011

La bambina che amava Tom Gordon


La bambina che amava Tom Gordon
Stephen King
Sperling & Kupfer
pp. 320
€ 9,90

Nella sterminata produzione letteraria di Stephen King, La bambina che amava Tom Gordon rientra in quel gruppo di opere che hanno fatto apprezzare lo scrittore americano al di là della sua innata passione per l’horror. Basti pensare a Colorado Kid o a Il gioco di Gerald o ancora a Dolores Claiborne per capire quanto King sia capace di indagare nei recessi più profondi dell’animo umano.

Scritto nel 1999, il romanzo è ambientato in uno di quei boschi secolari e inattaccabili tanto caratteristici degli Stati Uniti, e racconta le tragiche vicissitudini di una fanciulla che durante un’escursione in compagnia della madre e del fratello, si perde, ritrovandosi a dover affrontare la paura di essere rimasta sola in un luogo a lei sconosciuto. L’unico contatto con la realtà e con quel mondo che in mezzo a quegli alberi centenari sembra lontano anni luce, è un piccolo walkman a cui la bimba si lega disperatamente e attraverso cui riesce ad ascoltare le partite del suo eroe, il campione di baseball Tom Gordon.

La bambina che amava Tom Gordon è l’ennesima dimostrazione di come King non meriti più soltanto l’appellativo di “Maestro dell’horror”, ma possa essere inserito più semplicemente tra i più grandi scrittori attualmente in vita. Questo è un romanzo in cui gli elementi horror sono pochi e in cui le presenze malvagie risultano essere meno pericolose di quelle reali come la fame o la solitudine. Si trattano temi importanti e moderni come il divorzio e il difficile rapporto tra genitori e figli, il tutto filtrato attraverso timori ancestrali come la paura del buio o la solitudine e il disorientamento.