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lunedì 25 luglio 2016

IL PIPITA DIMEZZATO

Quando, pochi mesi fa, scrivevo questo articolo, non avrei mai immaginato che Gonzalo Higuain sarebbe potuto diventare un calciatore della Juventus. Certo, un campione come lui, autore di una stagione incredibile, capocannoniere senza rivali e vero (e unico) artefice del secondo posto del Napoli in Campionato, avrebbe fatto comodo a qualunque grande squadra, ma un suo passaggio alla Juve neppure nei migliori sogni. Non c’erano indizi, non c’era nessun elemento che potesse far sospettare un’operazione del genere, anche perché più volte il centravanti argentino aveva giurato il suo amore a Napoli e al Napoli, ma il calcio è solo uno sport e i calciatori, spesso, si fanno trascinare dai tifosi e dal legame morboso che questi riversano sulle proprie squadre e sui propri idoli, dimenticandosi che il calciatore è un lavoro, strapagato, ma sempre un lavoro, e quando si riceva un’offerta migliore, si può anche decidere di cambiare. Nessun tradimento, quindi, nessun “Giudain” come è stato già battezzato il “Pipita”, ma soltanto una scelta dettata essenzialmente da due motivi: l’età che avanza (Higuain va per i trent’anni) e le promesse mai mantenute di un Presidente a dir poco folkloristico che più volte si è anche permesso di definirlo “grasso” e, non dimentichiamolo, tra gli artefici dell’elezione di Tavecchio alla Federcalcio. 
Insomma, il rapporto tra il Napoli e il suo centravanti non è mai stato così idilliaco come sembrava, gli attriti ci sono sempre stati e la sceneggiata della stagione scorsa a Udine ne è stata la dimostrazione: Higuain era stanco di giocare da solo, di caricarsi sulle spalle una squadra mai alla sua altezza, un’intera città che faceva fede su di lui, ma che nessuno, De Laurentiis in primis, ha mai messo nelle condizioni di vincere. Certo, il discorso dell’importante non è vincere è romantico quanto volete, ma l’obiettivo di un calciatore, come di un allenatore d’altronde, è quello: vincere. E se il Napoli in tutti questi anni non è mai riuscito a costruire una compagine in grado di duellare ad armi pari con la Juventus, non è certo colpa del “Pipita”, anzi, i tifosi del Napoli dovrebbero soltanto essergli grati per ciò che ha dato nei suoi tre anni in maglia azzurra: 104 reti in 71 presenze; unico calciatore ad aver segnato più reti (36) in una singola stagione del campionato italiano; unico calciatore, insieme a Diego Armando Maradona, ad andare a segno per sei giornate consecutive nel campionato italiano; unico calciatore ad aver segnato più reti in campionato in una singola stagione; unico calciatore ad aver vinto la classifica cannonieri della serie A con la media-gol più alta (1,029 gol a partita) in una singola stagione del campionato italiano; unico calciatore ad aver realizzato, considerando tutte le competizioni, il maggior numero di reti (38) in una singola stagione (insieme ad Edinson Cavani). Ma di cosa stiamo parlando?
È davvero incomprensibile (e sportivamente inaccettabile) come i tifosi e gli ex compagni di squadra di Higuain stiano prendendo le distanze dal “Pipita”: coloro per cui era un idolo, ora lo definiscono un poveraccio, un infame, un traditore e perfino Lorenzo Insigne, sui social, ha pubblicato un post in cui lo definisce “un piccolo uomo” (speriamo sia un fake). Se un “piccolo uomo” è colui che ambisce alla crescita professionale, allora tutti noi siamo “piccoli uomini”, ognuno che sogna una promozione o un aumento di stipendio è un “piccolo uomo”. Ma, in fondo, lo sappiamo tutti che il “piccolo uomo” è soltanto colui che non riconosce i meriti degli altri, che dimostra ingratitudine a qualcuno che invece meriterebbe riconoscenza a vita. Il dolore dei tifosi del Napoli è grande quanto il loro amore per la propria squadra, ma non si può sputare addosso a un calciatore che l’ha fatta diventare grande, che l’ha portata in Europa e ha fatto sognare milioni di tifosi. Tutto questo mi ricorda la pessima scelta della Juventus (e di molti dei suoi tifosi) di non dedicare una stella dello Juventus Stadium a Zibì Boniek, una colossale stupidaggine, dettata, guarda caso, dal presunto tradimento del polacco passato alla Roma, rivale di sempre. Nel calcio i campioni vanno e vengono, l’idea romantica della “bandiera” si è estinta ormai da anni, forse gli ultimi sono stati Del Piero e Totti, nel 2006 la fortissima Juventus di Capello venne smantellata e in un attimo partirono fuoriclasse del calibro di Ibrahimovic, Vieira, Thuram, Cannavaro, Emerson ecc., ma nessuno (di buon senso) si è mai sognato di accusarli di alto tradimento, di essere infami, di essere dei poveracci, perché era giusto che ognuno facesse le proprie scelte, a maggior ragione vista la situazione che si era creata. Ma lo sappiamo, l’Italia è spesso prigioniera del proprio passato, di una visione distorta che trasforma una squadra di calcio in proprietà privata dei tifosi e di quella pseudo stampa locale il cui unico scopo è scaldare gli animi e creare polemiche in nome dell’audience e che, nell’occasione, ha anche organizzato un “processo a Higuain” in diretta televisiva. Anche per questo motivo, il nostro calcio è indietro di decenni rispetto al resto d’Europa, perché il calcio è di chi lo ama, come recita uno slogan televisivo, non di chi crede che sia una puntata di L’onore e il rispetto.

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