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martedì 28 giugno 2016

IL GIGANTE BUONO CI HA LASCIATI: ADDIO A BUD SPENCER

È stato un mito per tante generazioni, il gigante buono che ci ha insegnato che il bene, alla fine, trionfa sempre e che anche nel selvaggio west si può ridere. Bud Spencer se n’è andato ieri a 86 anni, lasciando un profondo vuoto nel cuore di chi, come me, lo ha amato fin da quando era bambino e coi suoi film è cresciuto e diventato migliore.
Per me, forse più per altri, è una grande perdita, avendo avuto la fortuna di conoscerlo e di passare insieme a lui una giornata indimenticabile in occasione dell’intervista che mi rilasciò per il mio libro Guida al cinema di Bud Spencer e Terence Hill. Un omone dal sorriso paterno, accanto al quale, io, un metro e ottanta per cento chili, mi sono sentito piccolo piccolo. L’unico modo per ricordarlo è quello di regalarvi questa intervista che rappresenta soltanto una minima parte delle emozioni che ho vissuto quel giorno a Roma, nel suo studio.


UN GIGANTE “BAMBINO”. INTERVISTA A BUD SPENCER

Lei ha sempre dichiarato di non aver mai voluto fare l’attore, perché?
Io non sono mai stato un attore, io sono un personaggio. L’attore è un individuo che prima di tutto ha studiato e che ha fatto l’accademia e io non ho fatto nessuna di queste cose. Non ho mai voluto fare l’attore e alla fine l’ho fatto soltanto perché qualcuno lassù ha voluto che lo facessi, limitandomi a creare un personaggio. L’unica mia unicità è che forse il mio personaggio non lo può fare nessuno meglio di me.

Sono passati quasi 40 anni dal primo film girato in coppia con Terence Hill, che ricordo ha di quell’incontro?
Un ricordo abbastanza comico e divertente, in quanto non doveva fare Terence Hill il film con me, ma Peter Martell. Quest’ultimo si è rotto un piede e così fortunatamente è stato scelto lui. Siamo ancora amici come sempre, non abbiamo mai litigato. L’unica differenza è che lui è un attore e io no.

Lei crede al destino, vista l’assoluta casualità del vostro primo incontro sul set?
Assolutamente sì, la mia vita ne è un esempio. Io avrei dovuto fare soltanto un film, Dio perdona… io no!, anche se ho sposato la figlia del più grande produttore cinematografico italiano. Io non ho mai fatto cinema, perché lui non me l’ha mai chiesto e io non l’ho mai voluto. Dovevo diventare un buon chimico e invece sono diventato quello che sono diventato.

Durante le riprese di Dio perdona… io no! lei ha mai avuto sentore che la coppia Spencer-Hill potesse poi avere così tanto successo di pubblico?
Non abbiamo capito subito quella che era la coppia, infatti in Dio perdona…io no! è qualcosa che è nato con Terence Hill come protagonista, perché era difficile capire che uno con la pancia come me, di 120 chili, potesse fare l’attore principale. Ma poi evidentemente l’hanno capito ed adesso eccoci qua. La coppia vera è nata con I quattro dell’Ave Maria e poi con Trinità è esplosa definitivamente.

Qual è stata la sua reazione nel momento in cui le hanno prospettato la partecipazione in Dio perdona… io no!?
Essenzialmente di felicità e di assoluta sorpresa, perché quando chiamarono mia moglie chiedendole se ero sempre grosso, prospettandomi la partecipazione al film, io chiesi come compenso il pagamento di due cambiali da un milione ciascuna in scadenza. All’inizio Colizzi mi disse di non potermi dare più di un milione, perché non avevo fatto niente prima di allora, ma alla fine, non trovando nessuno che mi sostituisse, mi richiamò e mi diede i due milioni. Tutto il film fu pagato 90 milioni, il regista si è perfino impegnato alcuni gioielli, e uscì in un solo cinema, al Colosseo di Bologna, riscuotendo un successo davvero incredibile. Folla, file davanti al cinema…

Com’è nata l’idea di trasformare in burla un genere fino allora serio e spesso anche violento come il western?
È venuta man mano che andavamo avanti. In principio, Lo chiamavano Trinità… era un copione fatto per un solo protagonista ed era stato già scartato da una decina di produttori. Allora io chiesi a Italo Zingarelli di aggiungere un altro personaggio principale, di fare due fratelli, e così è nata la leggenda, anche se in realtà noi non abbiamo fatto altro che copiare da Stan Laurel e Oliver Hardy, da Buster Keaton e Charlot che facevano ridere per quello che succedeva e non per quello che dicevano. Una comicità per lo più gestuale che nel western comico ha trovato la giusta espressione.

Nella vita lei si sente ancora un po’ “Bambino”?
Il rapporto che c’ho è il ciuccio che mi porto sempre dietro, anche alla mia età.

Qual è, secondo lei, la chiave del successo dei vostri film?
Sono piaciuti in tutto il mondo, a differenza, per esempio, di tanti altri grandissimi comici, sia italiani che americani, che spesso fanno ridere soltanto nella zona dove sono nati. Per esempio Totò, Franchi e Ingrassia che non riuscivano a superare i confini nazionali, perché all’estero non capivano quello che dicevano. La stessa cosa è successa qui con Bob Hope che, doppiato, non ha mai reso per quello che realmente è stato. Noi abbiamo soltanto dato quello che il pubblico si aspettava da noi.

Da dove nasce, nel dittico di Trinità, la centralità del cibo, spesso vera e propria causa scatenante di irresistibili gag comiche?
Semplicemente dal fatto che nessuno di noi potrebbe mai vivere senza mangiare. Penso che questo sia stato il primo gesto comico che abbiamo inventato come gestualità.

Quanto spazio c’era per l’improvvisazione nei film girati in coppia con Terence Hill?
Era essenziale, perfino senza averla studiato prima, piano piano è andata aumentando, prendendo sempre più piede e qualche volta ha causato anche alcuni problemi con Terence Hill che era molto più preciso e rigoroso di me.

Com’era il rapporto con Terence Hill durante e dopo le riprese dei vostri film?
Sempre ottimo, ci siamo divertiti parecchio. L’unica differenza era che lui teneva al copione, a rispettare i dialoghi e tutto, mentre io spesso andavo a braccio, amavo improvvisare più di lui. Nonostante tutto, eravamo e siamo una coppia solidissima: solitamente le coppie tendono a litigare (vedi quanto successo tra Boldi e De Sica), mentre noi siamo sempre andati d’amore e d’accordo, nonostante i caratteri quasi antitetici.

Qual è il film che ricorda con maggior piacere di quelli girati con Terence Hill? E perché?
Quello che mi piace di più è I quattro dell’Ave Maria, ma sono legato un po’ a tutti, perché sono nati in un certo modo. I primi sono stati molto ben fatti, perché diretti da uno dei più grandi registi che abbiamo avuto, Giuseppe Colizzi che, nonostante non avesse ancora capito la coppia, ci presentò al pubblico nella maniera giusta, diversa dagli spaghetti western in voga in quegli anni. Io dico sempre che non ho fatto spaghetti western, ma western comici.

Lei ha girato anche a fianco di Lee Van Cliff in Al di là dell’odio e di Eli Wallach in I quattro dell’Ave Maria. Che ricordo ha dei due attori?
Lee Van Cliff è stato l’unico attore con cui ho litigato, era un grandissimo, uno dei più grandi personaggi western americani, però arrivava sempre in ritardo sul set e quando si presentava era ubriaco. Allora, un giorno gli andai a un millimetro dalla faccia e gli dissi: «O domani vieni alle otto o quando tu arrivi alle due, io me ne vado» e lui da allora arrivò sempre in perfetto orario. Questo, perché per me non ci sono né primi attori né star, è un lavoro ben pagato e tutti dobbiamo avere rispetto dei colleghi. Riguardo Eli, invece, ricordo che ogni mattina si svegliava alle cinque, veniva da me e cominciava a parlare dicendomi di non camminare in un certo modo, di non muovere le mani, di non parlare in un altro modo, di fare attenzione alla macchina da presa, perché il mio faccione sullo schermo diventava gigante e così via, fino a quando non gli chiesi perché mi dicesse tutti i giorni quelle cose e lui mi rispose: «Io non lo faccio per te, lo faccio per me, perché se tu reciti male siamo due cani che recitano». Ed era la verità!

Personalmente vedo la coppia strutturata così: Hill sicuramente sul versante Charlie Chaplin, un agile ottimista che cerca fin che può di piegare il mondo ai suoi desideri; mentre lei nettamente sul versante Buster Keaton, impassibile qualunque cosa gli accada e che vorrebbe soltanto essere lasciato in pace (cosa che non accada quasi mai). Si riconosce in questa differenziazione?
Sarebbe stupido dire “mi sento vicino a”, io ho semplicemente copiato quello che loro hanno fatto, creando un personaggio che ancora mancava in Italia. La chiave è molto semplice: fa esattamente quello che il pubblico si aspetta, una sorta di giustiziere manesco contro le ingiustizie.

Secondo lei, perché il vostro ultimo film in coppia, Botte di Natale, non ha avuto lo stesso successo dei precedenti?
Personalmente, quando ho letto il copione ho detto subito: «Questo è un film da azione cattolica», perché quando metti a un personaggio come il mio otto o dieci figli, ci costringi a uscire dalla coppia. Noi siamo sempre due truffatori fetenti, che cercano di fare qualche colpo, ma che poi finiscono per cacciarsi nei guai, trasformandosi in difensori dei più deboli, invece in Botte di Natale tutto era molto più familiare e non succede niente.

Perché non è stato mai più scritto un nuovo film per la coppia?
Semplicemente perché non ne vale la pena. Perché scrivere un nuovo film spendendo soldi quando a ogni passaggio televisivo sono milioni di telespettatori?

Lei ha recitato in coppia sia con Terence Hill che con Giuliano Gemma. Che differenza ha trovato tra i due?
Gemma, come Hill, è un attore, anche se sono due caratteri molto diversi. Giuliano, per esempio, ha recitato anche in film importanti e, in un certo senso, impegnati con Comencini o Squitieri. Sono simili come ruoli, ma molto differenti come caratteri. Comunque, sono stato bene con tutti e due.

Lei ha recitato per Ermanno Olmi in Cantando dietro i paraventi. Cosa le ha lasciato questa esperienza?
Ermanno Olmi è un genio del cinema, uno degli ultimi esistenti, perché tra le altre cose è riuscito a farmi fare l’attore, togliendomi tutto quello che il pubblico voleva da me, e la critica è stata favorevolissima, una cosa inaspettata.

Desidererebbe ancora una volta recitare a fianco di Terence Hill?
Non è detto che non lo facciamo, io sto anche scrivendo una cosa per tutti e due: una versione comica del Dottor Jeckyll e Mister Hyde. E poi ho in mente anche un film dedicato alla guerra vista dalle cucine in cui interpresto un cuoco che prepara il cibo alle truppe ambientato in Giappone. Non escludo che anche lui possa avere un ruolo.

In passato si è anche parlato di un progetto che vi vedrebbe di nuovo insieme nei panni di Don Chichotte e Sancho Panza, può aggiornarci in proposito?
Sarebbe stata una cosa esilarante, ma purtroppo non sarà possibile, perché all’estero non si venderebbe nemmeno una copia, specialmente nei Paesi di lingua spagnola. Ciò soprattutto perché il Don Chichotte non è una cosa che puoi prendere in giro e quindi una nostra versione comica non avrebbe nessun ritorno. E poi, comunque, Terence Hill non lo avrebbe fatto.

Anni fa ha deciso di tentare la via della politica candidandosi per Forza Italia, per quale motivo?
Perché mi è stato chiesto personalmente da Silvio Berlusconi, col quale sono legato da un bel rapporto di amicizia nata da una ventina di film fatti insieme. All’inizio ero un po’ perplesso, perché non avevo idea di che cosa mi aspettasse, ma in definitiva è stata un’esperienza che mi ha lasciato un bel ricordo, soprattutto per il numero di voti presi nonostante una campagna elettorale quasi nulla. E ancora oggi molti partiti, di entrambi gli schieramenti, vorrebbero avermi.

Lei ha fatto anche tanta televisione, che differenza ha trovato tra il piccolo e il grande schermo?
La televisione ti dà più popolarità, perché la vedono milioni di persone, mentre nel cinema sono migliaia, milioni mai. L’importante per me è che non cambi la tua vita, perché se ti credi qualcuno sei finito. Quando nessuno verrà più a chiederti un autografo vorrà dire che sei finito.

Cosa pensa del successo?
Credo sia una cosa molto labile. Per esempio, nel mio caso, il successo nello sport è qualcosa di mio, nessuno me lo può togliere, mentre quello cinematografico da un momento all’altro può crollare. Decide il pubblico, può osannarti per tutta la vita o togliertelo dopo un anno o dopo un solo film. La cosa davvero importante che noi abbiamo fatto è non aver mai tradito il pubblico, avergli dato sempre e comunque quello che voleva. Quando ho fatto Charleston a Londra, con tanti grandi attori, nonostante il grande successo, il pubblico non ha gradito la trasformazione del mio personaggio, perché loro vogliono sempre capire prima di me quello che farò, e invece in quell’occasione ciò non era possibile, ero un personaggio troppo intelligente!

Se nella vita avesse potuto scegliere il lavoro da fare, cosa avrebbe scelto?
È la vita che sceglie te, non sei tu a scegliere la vita. Programmi a breve termine sì, a lungo termine mai. Se non avessi fatto l’attore, penso che sarei diventato chimico.

(Intervista tratta dal libro Guida al cinema di Bud Spencer e Terence Hill)


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