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mercoledì 30 marzo 2016

LA MIA ESPERIENZA DA SELF PUBLISHER

Sono passati oltre due anni da quando ho intrapreso la strada del self publishing. È stato un cammino lungo, costellato di dubbi e incertezze, nato come logica conseguenza di una vita passata a cercare editori in grado di valorizzare al meglio le mie opere. Ne ho incrociati di seri e di meno seri, ma il problema rimaneva sempre lo stesso: alla lunga anche il migliore, prima o poi, finiva per non rispettare il contratto firmato. E quindi addio royalties, addio distribuzione, addio promozione. E siccome io non ho mai pensato di scrivere solo per definirmi scrittore o per vantarmi con gli amici, ho deciso di diventare un lupo solitario. Basta, quindi, presentazioni umilianti in cui vedere sempre le solite facce, basta vendere porta a porta i miei libri, basta giri per le librerie a metterli in vista (sempre trovandoli, naturalmente). Piano piano ho capito che la dimensione del self publishing faceva per me, veniva incontro a molte delle mie esigenze, e mai prima d’ora ne avevo parlato qui, un po’ perché la mia natura schiva e introversa me lo ha impedito e un po’ perché i tempi non erano maturi, ma ora credo sia arrivato il momento.
Cosa penso del self publishing? Innanzitutto, che non è per tutti: non è per chi crede che il proprio libro possa essere considerato pubblicabile solo perché lo dice un editore, non è per chi ama organizzare dieci presentazioni al mese perché l’editore deve rientrare dei costi di stampa vendendo il libro direttamente, senza passare da distributori e librai, non è per chi si diverte a girare per librerie e fotografare i propri volumi sugli scaffali, per poi postarli sui social network con un sorriso compiaciuto. Il self publishing è per chi crede che sia il lettore il più importante giudice, per chi non vuole fare lo scrittore ma vuole soltanto scrivere, per chi non crede nell’infallibilità degli editori, per chi è disposto a metterci la faccia e a rischiare, per chi ama se stesso e il proprio lavoro, dedicandoci tutto il tempo a propria disposizione, senza lasciarlo fare (spesso male) all’editore. Il self publishing è un salto nel vuoto, è un atto di incoscienza che può portarti a fare figure pessime, a distruggerti dopo una settimana, ma è anche capace di farti camminare tre metri sopra il cielo, ma soprattutto il self publishing è una grande occasione, una di quelle, secondo me, destinata a fare storia. Non deve essere pensata come una scorciatoia, perché queste spesso portano a dei pericoli, ma una valida alternativa al classico mercato editoriale. Nessuna rivoluzione, ma un modo diverso di scrivere (e pubblicare) in cui il lettore viene messo ancora più al centro di quanto sia stato fino a oggi. La mia natura di studioso di cinema, mi spinge a paragonare il fenomeno del self publishing agli spaghetti western degli anni ‘70, un’occasione anche allora, che se da un lato ha visto nascere capolavori indimenticabili, dall’altro è stata “stuprata” da artigiani e cinematografari di ogni genere che ne hanno distrutto il senso e l’importanza. Lo stesso succede col self publishing oggi: a capolavori (o comunque testi di una validità assoluta), si mescolano porcherie indicibili, è l’inevitabile rovescio della medaglia, e come quarant’anni fa spettava al pubblico sancire la bellezza di un film, oggi tocca ai lettori giudicare un libro.
All’inizio, ero convinto che la strada del self publishing si potesse battere soltanto con il digitale, che fosse la rampa di lancio per il mercato degli e-book in Italia, ma poi ho capito che è molto di più, è un’autentica autostrada a sei corsie dove guidare all’impazzata. Se con gli e-book i risultati sono comunque stati soddisfacenti, tanto da non farmi avere nessuna nostalgia dei cari editori, affiancando le edizioni cartacee a quelle digitali, mi si è aperto un mondo nuovo che prima avevo snobbato. Mea culpa, mea grandissima culpa, perché ora il gioco si fa molto più interessante. Se dovessi consigliare a un autore che volesse affrancarsi dalla schiavitù di una casa editrice (e dalla scarsa serietà di molte di queste), decidendo di intraprendere la strada del self publishing, raccomanderei caldamente di affiancare l’edizione cartacea a quella digitale. Solo con gli e-book non si va lontano, con il libro tradizionale c’è il rischio di poter fare il grande salto. D’altronde siamo in Italia, qui i grandi lettori amano l’odore della carta e se riusciranno a superare il pregiudizio dell’editore come garante di qualità (concetto ormai superato per colpa degli stessi editori), allora il self publishing potrebbe davvero spiccare il volo. E il beneficio di ciò sarà tutto per i lettori che potranno avere molto più materiale a disposizione, ma soprattutto molta più libertà di scelta, visto che oggi come oggi sono ancora e sempre gli editori (e i distributori) a decidere cosa dobbiamo leggere. Il self publishing non è solo un’occasione per chi, come me, si è stufato di non firmare contratti o di non ricevere royalties dagli editori o di sbattersi per vedere il proprio libro in libreria o di ricevere un misero 5% sul prezzo di copertina, ma anche e soprattutto per i lettori, almeno per quelli in grado di ragionare al momento dell’acquisto di un libro. E cari autori, affermati e non, non abbiate paura di andare da soli, perché oltre la nebbia c’è tutto un mondo da esplorare. 

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