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lunedì 13 aprile 2015

"REVIVAL" DI STEPHEN KING

«I veri scrittori abbattono le barriere», disse una volta Stephen King durante un’intervista rilasciata alla rivista “Rolling Stones” e, alla luce di ciò, forse non è un caso che dopo il thriller Mr. Mercedes, il nostro amato Re sia tornato in libreria con Revival, uno di quei genere di romanzi che ne hanno decretato fortuna e successo. Capace di muoversi a trecentosessanta gradi tra horror, fantascienza, dramma, thriller è ormai limitativo racchiudere King in un preciso genere letterario: lui è e sarà una delle penne migliori del ventunesimo secolo.
Come tutti i suoi appassionati, o adepti come li chiama qualcuno, ben sanno, uno dei punti di forza di King è sempre stato raccontare non semplici storie ma autentici periodi storici: c’è riuscito benissimo con IT, con il racconto Il corpo (contenuto nell’antologia Stand by me) o con il romanzo Il miglio verde e ora torna a fare centro con Revival, una storia lunga sessant’anni e raccontata attraverso gli occhi di un bambino, il piccolo Jamie Morton. Jamie è un ragazzino come tanti ne abbiamo letti nei romanzi di King, uno di quelli il cui destino viene sconvolto all’improvviso, in un giorno come tanti, grazie (o a causa) all’incontro con un giovanissimo reverendo metodista, Charles Jacobs, appassionato non solo di religione ma anche, e soprattutto, di elettricità.
Leggendo Revival si riabbraccia il King vecchio stile, cattivo quanto basta (forse un pizzico di più), ma sempre disposto a lasciare una porticina aperta alla speranza, una porta che, nel caso specifico, si trasforma in qualcosa di molto più simbolico e importante, nell’unico ostacolo che separa la vita dalla morte, nell’unica ancora di salvataggio che permette all’uomo di credere che dopo la morte ci sia qualcosa (di bello) ad attenderlo.
Già dal titolo si evince come Revival sia un romanzo cupo, fatto di immagini potenti e di location memorabili, tra province sonnolente, strade assolate e polverose, tendoni, spettacoli di imbonitori, concerti rock, divertenti autocitazioni e boschi e angoli nascosti dove il mondo si muove tra (possibili) realtà parallele. Risucchiati fin dalle prime pagine da questo universo, King ci guida fin nei meandri più tormentati della psiche umana: da un lato ci racconta la storia di un bambino diventato un adulto drogato e alcolizzato, dall’altro l’escalation folle di un uomo di Dio distrutto dalla perdita della famiglia, incapace di accettare il suo destino e ossessionato dal trovare una risposta a tutto questo Male. Il Re scrive spargendo indizi in ogni pagina, utilizza il metodo delle scatole cinesi, sfidando quasi il lettore a capire le sue intenzioni. Si diverte a costruire un fragilissimo castello di carte da far crollare nell’incredibile finale apocalittico.
Leggere Revival è un’esperienza più che una semplice lettura, da cui si potrà imparare molto sul modo di scrivere di King, poiché le ispirazioni e i riferimenti sono molteplici: si va dal Frankenstein di Mary Shelley alla produzione di H.P. Lovecraft, passando per Arthur Machen, Bram Stoker, Ray Bradbury e William W. Jacobs, le basi da cui lui stesso è probabilmente partito. Ciò che King aggiunge a tutto ciò è la sua consueta e lucida analisi dei temi affrontati: in Revival è forte la condanna ai presunti “inganni” della religione, perché «[…] la religione è l’equivalente teologico di un’assicurazione da quattro soldi, dove versi le rate anno dopo anno, e quando ti servono i proventi per i quali ti sei sacrificato così religiosamente (perdonatemi il gioco di parole), scopri che la compagnia non esiste e sei stato truffato. […]» Non è, però, soltanto la religione che inganna l’uomo, ma anche l’uomo che inganna se stesso, nella vana illusione che la scienza possa permettergli di capire cose che vanno al di là delle sue stesse capacità razionali.
Un King se stesso fino alla fine, un romanzo che con un piccolo sforzo potrebbe essere considerato tra i migliori cinque del Re, un libro in cui ogni appassionato (o adepto) potrà ritrovare vecchi e cari ricordi.




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