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venerdì 2 settembre 2011

Fight Club

Fight Club
Usa, 1999
di David Fincher
Con Edward Norton, Brad Pitt, Helena Bonam-Carter
139 min
Thriller


Brad Pitt, interprete magistrale di questo splendido film che lo ha visto per la seconda volta (la terza sarebbe stata Il Curioso Caso di Benjamin Button, la prima era stata Seven) a fianco del regista David Fincher, ha dichiarato che ha accettato la parte perché “del film mi ha colpito la voglia di capire cosa significhi oggi essere giovane e maschio in America. Con tutte le stronzate che comporta”.

Fight Club (1999), tratto dal romanzo omonimo di Chuck Palahniuk, è per certi versi un ideale seguito di Seven (1995), in cui Fincher continua e perfeziona la sua cruda e violenta disamina dei canoni del mondo in cui viviamo e le reazioni a volte incontrollate della nuova generazione di fronte a una società basata sul consumismo e sull’economia. Fight Club non rientra in quel genere di film “da cassetta” o “Blockbuster” che ormai domina il mercato cinematografico, ma al contrario è una parabola dark e paradossale sull’alienazione prodotta dall’onnipotenza dell’economia.

Il protagonista (un Edward Norton a cui non viene mai dato un nome) è un giovane impiegato le cui giornate sono scandite dagli orari di lavoro, dalle faccende da sbrigare e dal maniacale attaccamento alla sua casa e a tutto ciò che la forma, in particolare i mobili. È un uomo schiavo delle cose che possiede e per cui sarebbe assurdo vivere senza il suo tavolo da salotto o la librerie Ikea: un perfetto ritratto della generazione “di mezzo”, succube del consumismo moderno e che cerca riparo e rifugio nei gruppi di sostegno per ex alcolisti o malati terminali.
Dentro di sé, però, egli nasconde qualcosa, un qualcosa di pericoloso e destabilizzante: una forza che prima gli fa incontrare una ragazza come lui – l’emaciata e schizzata Marla Singer (Helena Bonham Carter) - e poi il lucido sciroccato venditore di saponi Tyler Durden (Brad Pitt). Questo sarà l’incontro che gli cambierà la vita, Tyler è il diavolo e il protagonista ne rimane sedotto. Insieme scoprono la carica energetica che dona il picchiarsi a sangue, lo sfogare contro un’altra persona le proprie frustrazioni e i propri più inconfessabili istinti violenti, dando vita a un’esperienza che permetterà al protagonista di scoprire la sua vera personalità e i suoi veri bisogni, tanto da spingerlo a fondare i “Fight Club”, circoli privati (e segreti) in cui ci si incontra per picchiarsi a morte, ma le cui regole sono molto severe e selettive. Un club che – con la sua radicale distribuzione su tutto il territorio - col tempo si trasformerà in una vera e propria setta di fanatici che faranno della rivoluzione ecologista il loro punto di partenza.

Fight Club è un film difficile, che forse in molti – soprattutto il pubblico femminile - non apprezzerà, ma che porta dentro di sé una denuncia che forse solo Arancia Meccanica (1971) di Stanley Kubrick possedeva, rivelando un mondo nero e misogino, scavando nel sottopelle dell’inconfessabile e mettendo in scena contemporaneamente la paranoia e la parodia.

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