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martedì 26 luglio 2011

Psyco

Psycho è il film che ha reso famoso Hitchcock nel mondo e che ancora oggi rappresenta uno dei suoi capolavori più visti e più “copiati”, con i suoi tre sequel (Pyscho II di Richard Franklin del 1983, Psycho III girato nel 1986 dallo stesso Anthony Perkins e Psycho IV, film per la tv di Mick Garris del 1990) e il remake a firma di Gus Van Sant del 1998. Ma Psycho rappresenta anche una importante svolta nella carriera del grande cineasta inglese: con questo film, infatti, Hitchcock passò dal giallo-spioneristico caratteristico della sua produzione ante 1960 a un genere più orrorifico, con personaggi quasi mostruosi e delitti spaventosi (la scena della doccia è entrata nella storia del cinema e ci rimarrà per sempre) che poi ripropose anche in alcuni film successivi come Gli Uccelli o Marnie.

Psycho è la storia di Marion Crane (Janet Leigh), una donna infelice, impiegata in un’agenzia immobiliare, che da sempre sogna di fuggire, di scappare via dalla noiosa vita quotidiana per cercare i suoi sogni, le sue utopie, finché un giorno le si presenta l’occasione della vita: rubare quarantamila dollari al suo datore di lavoro. Durante la sua fuga, diretta in California dall’amante Sam Loomis, Marion è però costretta a fermarsi in un motel un po’ fuori mano, il Motel Bates. Lì trova ad accoglierlo Norman (un inquietante Anthony Perkins), un uomo un po’ strano che vive isolato dal mondo in una grande villa e che gestisce quel motel deserto e nascosto.

Immediatamente lo spettatore si trova proiettato in quell’angolo di mondo fatto di silenzio e di colori privi di tonalità (il bianco e nero della pellicola è un tocco magnifico alle ambientazioni del luogo) e si trova a esplorare la personalità sofferta e malinconica dell’uomo che parlando con Marion rivela tutta la sua timidezza e il suo morboso attaccamento alla madre malata e costretta a una vita da eremita. Il colloquio a volte stralunato con Norman, convince, però, Marion a restituire i soldi rubati, ma prima di poterlo fare, viene uccisa nella doccia dalla madre di Norman nella scena che più di ogni altra rappresenta il cinema giallo-horror di tutto il mondo. Quelle forbici che colpiscono inesorabilmente il corpo nudo di Marion, i suoi occhi sbarrati dal terrore e dalla sorpresa, il suo corpo che lentamente si affloscia nella vasca mentre il sangue scivola via nello scarico sono tutte immagini che hanno fatto scuola.

Con l’uccisione di Marion, che rappresenta il punto più alto in assoluto del pathos hitchcokiano, il film sembra fermarsi e ricominciare con un’altra storia: la scena si trasferisce in California dove Loomis e Lila, la sorella di Marion, cominciano le ricerche della donna, mentre da Phoenix parte l’investigatore Milton Arbogast (Martin Balsam) che, incaricato di recuperare i soldi rubati, parla con Norman, cadendo, però, anche lui vittima della signora Bates. Lila e Sam, insospettiti di questa seconda sparizione, raggiungono il Motel, dove, in cantina, Lila scopre il corpo decomposto della signora Bates. Lì viene aggredita da Norman che ormai impazzito si scaglia contro di lei indossando i vestiti della madre e una parrucca. Norman soffre di sdoppiamento di personalità: sua madre vive nella sua mente, ma ora ha preso il sopravvento per sempre.

Anche in questo grande film si scoprono tanti particolari caratteristici dei film di Hitchcock: dalla madre dispotica al “doppio”, fino agli uccelli impagliati che Norman tiene in casa e a cui alla fine sembra assomigliare. I due personaggi principali, Norman e Marion, rappresentano, invece, gli antipodi del genere umano: Norman creatura debole e timida; e Marion, invece, creatura forte e sensuale, fino al punto che il loro incontro rappresenta quasi qualcosa di inevitabile nella vita di entrambi. Marion è il pericolo che per tutta la vita la madre di Norman ha scacciato e temuto, mentre lui è l’uomo dall’apparenza calmo e bisognoso d’aiuto a cui Marion, forse, avrebbe da sempre voluto portare soccorso.

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