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martedì 26 luglio 2011

Jack Kerouac e la Beat Generation

Se Easy Rider rappresentò per il cinema americano il manifesto del mondo hippy e di quella voglia di libertà figlia dei moti del ’68, Sulla strada di Jack Kerouac è il libro che anticipò quei fatti e che ancora oggi è considerato il capo saldo su cui i giovani della contestazione studentesca trovarono fondamento per portare avanti i propri ideali e le proprie proteste.

Nato nel 1922 a Lowell (Massachussetts), Kerouac prese a vagabondare per gli Stati Uniti dopo aver abbandonato gli studi universitari, adattandosi a fare i lavori più disparati. Verso il 1950 cominciò a vivere quasi stabilmente a San Francisco, allora patria di tutti quegli artisti che da lì a qualche tempo avrebbero dato vita al movimento culturale-rivoluzionario della beat generation, di cui proprio Kerouac,insieme a Ginsberg e Ferlinghetti, sarebbe stato il simbolo. Fatta di liriche dissacranti e di denuncia sociale, nella beat generation trovarono rifugio tutti quei giovani “arrabbiati” e insicuri, giudicati inattivi dai cosiddetti adulti e improduttivi da quella che si andava delineando come “società dei consumi”. Questi scelsero radicalmente un’esistenza libera e incondizionata: il prototipo di questo nuovo stile di vita è contenuto proprio in Sulla strada (On the road), pubblicato nel 1957 e dove l’inquieto girovagare dei personaggi e la loro disperata ricerca di compagnia non sono che un mezzo per ritrovare se stessi, a dispetto di un conformismo alienante.

La produzione letteraria di Kerouac continuò anche dopo il grande successo di Sulla strada, spostando però la sua attenzione non più sulle avventura autobiografiche, ma sui problemi della gioventù del suo tempo come in I sotterranei (1958) o I vagabondi del Dharma (1958). Alla luce di questo individualismo e di questa insoddisfazione giovanili vanno letti gli atteggiamenti provocatori che i ragazzi della beat generation (termine coniato da un giornalista americano nel 1952) assunsero: un ostentato linguaggio volgare, l’abbigliamento trasandato e la predilezione per l’alcool e la droga furono fattori che gli fecero guadagnare la designazione di “gioventù bruciata”, la stessa che nel cinema ebbe il suo idolo nell’attore James Dean, morto giovanissimo in un incidente stradale.

La cultura della beat generation gravitò intorno al quartiere del Greenwich Village a New York, ma si irradiò soprattutto da San Francisco, la città più libera, più anticonformista e mediterranea d’America, che ne fu il vero centro. Essa fu caratterizzata, al di là dei toni volutamente provocatori e volgari, da una ricerca quasi mistica delle profonde ragioni dell’uomo e del mondo, che portò molti di loro, per primo lo stesso Jack Kerouac, ad aderire a religioni orientali come lo Zen, variante giapponese del buddismo, peraltro molto diffusa negli USA. Così, l’aggettivo “beat” che qualificava suddetta generazione, assunse il duplice significato di “battuto”, “sconfitto” e di “beato”, attraverso la percezione dell’assoluto (Dio) e l’abbandono dei valori del tutto contingenti ed esteriori della società.

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